Aeroporto, tutta la verità

Crotone vuole volare. E’ questo lo slogan che rimbalza tra social e giornali ininterrottamente da almeno 3 mesi, e che si ripresenta puntualmente ad ogni protesta a favore dell’aeroporto cittadino, chiuso dallo scorso novembre. A voler volare è anche Reggio Calabria, dove sempre da 3 mesi circa la popolazione si sta mobilitando contro la possibile chiusura dello scalo.

E’ una situazione critica quella degli scali aeroportuali calabresi: escluso quello internazionale di Lamezia Terme, Crotone e Reggio vivono una perenne crisi. E non si parli dei «numeri da record»: a contare davvero è l’attività economica. Le proteste, intanto, stanno andando via via moltiplicandosi, tanto da essersi quasi unite: si manifesta contro la chiusura dei due aeroporti.

Ad ogni modo, il destino di entrambi gli scali è legato unicamente al bando di gara dell’ENAC che deve identificare un nuovo gestore. Il nome del vincitore si sarebbe dovuto sapere già a dicembre scorso, ma a seguito di un ricorso (che ha riammesso in gara la Sagas) i tempi si sono allungati. La speranza è che il nuovo gestore venga definito entro la fine di gennaio. Solo dopo l’identificazione di un nuovo gestore gli scali potranno essere pienamente operativi. Continua a leggere “Aeroporto, tutta la verità”

La bruttezza mentale del Pd e di Peppino Vallone

Se uno pensa male non potrà che scrivere male. Se uno è brutto dentro non potrà che togliere fuori bruttezze. Se un’amministrazione è intrisa di bruttezza mentale, vale a dire incapace di pensare al bello (il bene è utopia) per la città e i cittadini, non potrà che sfornare obbrobri clamorosi e mancare occasioni continuamente. E così hanno fatto Peppino Vallone e il Pd: in dieci anni – data la loro bruttezza di pensiero – hanno impoverito urbanisticamente la città, lasciato operette a metà o abbandonate a se stesse e, ovviamente, sprecato occasioni.

L’elenco, credetemi, potrebbe occupare almeno tre pezzi sul blog ma preferisco limitarmi a sottolineare quella che è forse l’opera più brutta e insensata (dopo gli omaggi a Pitagora e a Milone, ovviamente) che questa brutta e insensata amministrazione abbia lasciato alla città: la fontanella di fronte il cimitero. E pensare che la nomea di fontanaro è rimasta al compianto Senatore. Quella installata (alla meno peggio, giusto per mettere qualcosa come gli infiniti e orribili rondò che hanno invaso Crotone) di fronte il campo santo è il biglietto da visita di un uomo, Peppino Vallone, che non ha vissuto la città, non l’ha amata e non l’ha imparata a conoscere e di un partito, quello Democratico, che è ormai alla canna del gas culturalmente e politicamente, privo di nuove figure, azzannato dalla vecchia guardia provinciale che non vuole che le cose cambino. Col tacito consenso di tutti.
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Platì non è in Italia e non conosce la normalità: lo Stato ne congeli la democrazia

Si sente dire spesso che la democrazia a Platì non esiste più a causa dei numerosi scioglimenti per infiltrazioni mafiose e conseguenti commissariamenti: tre in 12 anni. Sarà anche vero, ma non provino a convincere l’opinione pubblica che a riportarla – nel paesino reggino, base del narcotraffico ‘ndranghetistico – saranno le ‘Elezioni Amministrative’. La democrazia a Platì manca e mancherà sempre; che saranno sindaci eletti o commissari nominati ad amministrarla. Il punto non sono le elezioni – per altro si parla di una frazione di poco meno di 4.000 abitanti – ma il contesto. A Platì c’è la ‘ndrangheta vera; ci sono i bunker degli ‘ndranghetisti e da lì passa gran parte del narcotraffico delle ‘ndrine calabresi. A Platì però manca l’acqua; mancano le strade; manca la cultura civica; manca la lingua italiana; manca la legge; mancano le prospettive; mancano i campetti per i bambini dal futuro già segnato; manca lo Stato. A Platì i sindaci che non si allineano muoiono ammazzati sotto i  colpi della ‘ndrangheta. E non è fiction, non è una visione romanzata.

Platì rappresenta l’esplicazione perfetta del concetto di periferia culturale in Calabria e nel mezzogiorno. Un luogo dove lo Stato non ha né valore né un senso; dove i suoi figli girano a 11 anni sui motorini senza casco nelle strade inesistenti di un paese che non c’è; dove la politica è collusa o è morta; dove i suoi abitanti non conoscono il resto del mondo, la luce della bellezza, il senso della vita. A Platì chi non è ‘ndranghetista è omertoso, sottomesso alle logiche proprie delle periferie culturali, dunque a quelle della subcultura ‘ndranghetista. Lì la democrazia non è stata espropriata dai commissariamenti, no: lì la democrazia non l’hanno mai conosciuta realmente, così come in molte zone della Calabria dove il voto è impegnato, veicolato dai colletti bianchi collusi con la ‘ndrangheta, dagli ‘ndranghetisti stessi e dai politici lottizzati. Platì vive di stenti, di logiche assurde e impensabili (specie per chi non le guarda da vicino) rispetto al concetto di Paese Italia. E non solo Platì e non solo la Calabria: questo è un discorso estendibile a gran parte del sud Italia; quel sud d’Italia che di Italia ha davvero poco se non i profumi e la lingua, quest’ultima spesso ignota in realtà come quella platiese, per l’appunto.  Continua a leggere “Platì non è in Italia e non conosce la normalità: lo Stato ne congeli la democrazia”

Più Stato e meno tv: al sud non servono i mass media

Non sono i telegiornali che ci servono. Non sono i collegamenti in diretta con Giletti, la D’urso e la Parodi che mancano alla Calabria. Per meglio dire non sono la pietà e la strumentalizzazione dei media ciò di cui abbiamo bisogno. Alla Calabria, e al mezzogiorno più in generale, mancano le fondamenta e la presenza dello Stato, non della tv di Stato (dunque delle telecamere). Quelle spesso fanno danni quando si presentano, al sud come al nord. Alla Calabria manca innanzitutto il concetto di Paese; e non perché la Calabria non sia in grado di concepirlo e conseguentemente di comprenderlo, ma perché a lei questa possibilità, così come a gran parte del mezzogiorno, non è stata mai concessa da parte del Paese stesso. Lo Stato al sud manca: quelli che affermano il contrario amano vivere di retorica e parlano, spesso, senza conoscere il sud e i suoi problemi strutturali. Perché quella di considerarlo parte integrata del Paese è una posizione retorica; la stessa retorica che negli anni ha affidato il meridione e i suoi figli al seno del Leviatano Nero che li ha poi allevati a pappe dal sapor di assistenzialismo ‘ndranghetistico e statale, negando loro la possibilità di guardare oltre l’orizzonte e conquistare l’autonomia necessaria per dire «no!» a chi sfrutta le necessità personali, create di proposito, per mantenere lo status quo e impedire ogni forma di miglioramento. Il sud che abbiamo imparato a conoscere fino ad oggi è un sud lontano dal concetto di Paese Italia molto più di quanto non lo sia l’Italia stessa. Non è, in alcun modo, parte integrata ma, in piccolissime percentuali, solo parte integrante di una realtà che non gli appartiene, non gli somiglia e che, comunque, non vive. Continua a leggere “Più Stato e meno tv: al sud non servono i mass media”