Uno Stato, due Paesi: la Calabria senza ordinaria velocità

Immagini di scontri tra attivisti no – TAV e forze dell’ordine ci giungono in casa da diverso tempo ormai, ma nonostante ciò, quello che si è capito non è molto, vuoi anche per un’informazione televisiva poco chiara nell’esporre e sopratutto nel riportare i fatti. Ciò che si è appreso, con numeri non del tutto certi, è il costo: dai 17 ai 35 miliardi di euro. Tutti soldi pubblici investiti e da investire per realizzare la parte ferroviaria italiana che andrà a collegare Torino e Lione. Un progetto che negli anni ha subito diverse modifiche ma che alla fine conterà circa 235 km di linea ferroviaria, percorribili da treni ad alta velocità volti al trasporto di merci e persone. Oltre agli attivisti impegnati in prima linea per impedire il deturpamento del territorio e quindi la realizzazione di questa enorme opera pubblica, diversi, tra studiosi, esperti ed intellettuali hanno espresso pareri favorevoli e contrari a riguardo.

Oliviero Baccelli, docente di Economia dei Trasporti all’Università Bocconi di Milano, sostiene che «La Torino-Lione è una priorità, perché ridurrebbe la dipendenza dall’autotrasporto, togliendo così dalla strada centinaia di migliaia di tir ogni anno». Di parere opposto è invece Marco Ponti, docente di Economia dei Trasporti al Politecnico di Milano, fermo sostenitore della tesi che non solo queste infrastrutture non toglierebbero le merci dalla strada ma che la Francia negli ultimi tempi ha investito tanto sulle strade ferrate perdendo comunque il 30% del traffico merci su binari. Continua a leggere “Uno Stato, due Paesi: la Calabria senza ordinaria velocità”

Eni e Crotone: un rapporto mortale duro a morire

Se la sigla Eni stesse per “Ente Nazionale Intossicazioni”, e non per “Ente Nazionale Idrocarburi”, molte cose sarebbero più chiare e accettabili, alla luce del fatto che il nome già lasciava intendere. Purtroppo per loro, e per noi, non è così. L’Eni è la più grande multinazionale italiana, una partecipata statale, considerata la sesta potenza mondiale nel campo petrolifero subito dopo colossi come Shell e Total. Insomma, una fabbrica di soldi. E dove ci sono tanti soldi, immancabilmente, dietro, ci sono sempre astuzie, omicidi, libri paga e oscurità di vario tipo. Diciamo che, in questi contesti, non c’è mai del bianco puro e che nei consigli di amministrazione di queste aziende non si siede mai il signor Candido Bianco.

Eni fattura circa 170 miliardi di euro annui, soldi che vengono impiegati anche per corrompere, come è emerso da una recente inchiesta che vede indagati diversi dirigenti del cane a sei zampe. Nei fascicoli anche il nome del faccendiere Luigi Bisignani che avrebbe fatto da garante e da apri pista a questa corruzione di carattere internazionale. Questi, e non solo questi gli affaracci di Eni.

La coscienza dei trivellatori statali pare essere più nera del pelo del loro cane – mostro. Un logo che qualcosina avrebbe dovuto far presagire, viste, poi, le mostruosità perpetrata sul territorio italiano. Infatti, controllate di Eni come EniChem e Syndial, sono state portatrici di tumori in gran parte del mezzogiorno e in alcuni casi, addirittura, di malformazioni, causati dalle scorie tossiche mal smaltite e dal conseguente inquinamento ambientale.

In città come Crotone, la presenza di Eni, ha causato solo morte. Il mostro portò le sue fabbriche negli anni ’20 (Montedison), dismettendole poi verso la metà degli anni novanta. La sua presenza aumentò sì il reddito procapite, il livello socioculturale del territorio e rese la città pitagorica il primo polo industriale della Calabria, ma una volta levate le tende uscirono fuori gli inghippi.
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Platì non è in Italia e non conosce la normalità: lo Stato ne congeli la democrazia

Si sente dire spesso che la democrazia a Platì non esiste più a causa dei numerosi scioglimenti per infiltrazioni mafiose e conseguenti commissariamenti: tre in 12 anni. Sarà anche vero, ma non provino a convincere l’opinione pubblica che a riportarla – nel paesino reggino, base del narcotraffico ‘ndranghetistico – saranno le ‘Elezioni Amministrative’. La democrazia a Platì manca e mancherà sempre; che saranno sindaci eletti o commissari nominati ad amministrarla. Il punto non sono le elezioni – per altro si parla di una frazione di poco meno di 4.000 abitanti – ma il contesto. A Platì c’è la ‘ndrangheta vera; ci sono i bunker degli ‘ndranghetisti e da lì passa gran parte del narcotraffico delle ‘ndrine calabresi. A Platì però manca l’acqua; mancano le strade; manca la cultura civica; manca la lingua italiana; manca la legge; mancano le prospettive; mancano i campetti per i bambini dal futuro già segnato; manca lo Stato. A Platì i sindaci che non si allineano muoiono ammazzati sotto i  colpi della ‘ndrangheta. E non è fiction, non è una visione romanzata.

Platì rappresenta l’esplicazione perfetta del concetto di periferia culturale in Calabria e nel mezzogiorno. Un luogo dove lo Stato non ha né valore né un senso; dove i suoi figli girano a 11 anni sui motorini senza casco nelle strade inesistenti di un paese che non c’è; dove la politica è collusa o è morta; dove i suoi abitanti non conoscono il resto del mondo, la luce della bellezza, il senso della vita. A Platì chi non è ‘ndranghetista è omertoso, sottomesso alle logiche proprie delle periferie culturali, dunque a quelle della subcultura ‘ndranghetista. Lì la democrazia non è stata espropriata dai commissariamenti, no: lì la democrazia non l’hanno mai conosciuta realmente, così come in molte zone della Calabria dove il voto è impegnato, veicolato dai colletti bianchi collusi con la ‘ndrangheta, dagli ‘ndranghetisti stessi e dai politici lottizzati. Platì vive di stenti, di logiche assurde e impensabili (specie per chi non le guarda da vicino) rispetto al concetto di Paese Italia. E non solo Platì e non solo la Calabria: questo è un discorso estendibile a gran parte del sud Italia; quel sud d’Italia che di Italia ha davvero poco se non i profumi e la lingua, quest’ultima spesso ignota in realtà come quella platiese, per l’appunto.  Continua a leggere “Platì non è in Italia e non conosce la normalità: lo Stato ne congeli la democrazia”

Crotone non sarà mai Cosenza

Cosenza ha regalato alla Calabria un esempio di modello città, di come si pensa una città e da città e di come si amministra. E’ vero, Cosenza non è Milano e ha diverse mancanze ma anche Milano ha le sue ma rimane pur sempre Milano. Non difendo mai il sud per partito preso, tutt’altro. Questa volta però ho visto una città veramente viva, di avanguardia. Una città che ha tenuto una sorta di Lectio Magistralis al resto della Calabria. Certo, siamo a ridosso delle Elezioni Amministrative e Mario Occhiuto – come sostengono lecitamente i suoi detrattori – avrà evidentemente puntato tanto su questo evento – e un Capodanno bene organizzato non è la panacea di tutti i mali – ma la politica è anche questo e spesso la qualità e il fiuto dei suoi uomini si vedono soprattutto in questi casi.

Ha organizzato tutto questo perché vuole essere riconfermato a maggio? Probabile, (fa politica mica gioca a Master Chef) ma ci è riuscito in pieno; ha fatto scuola; ha consacrato la sua città a capitale della Calabria. Cosenza è una città moderna rispetto alle sue quattro cugine. E’ una città viva. E le oltre 150.000 persone che hanno popolato le tante piazze allestite, tutte attive e diverse, nella notte più lunga dell’anno, sono solo una conferma. Cosenza, da molti anni, ha ormai acquisito il profilo di città vera, con la c maiuscola.

La strada ancora è lunga (siamo sempre in Calabria e lo dico senza alcuna retorica ma con il realismo di chi conosce bene questa regione e il meridione) ma ha un orizzonte, si ispira a modelli a lei superiori. E’ questo che fa la differenza tra chi si pone l’obiettivo di migliorarsi e chi invece stando fermo riesce addirittura a regredire. Continua a leggere “Crotone non sarà mai Cosenza”

Più Stato e meno tv: al sud non servono i mass media

Non sono i telegiornali che ci servono. Non sono i collegamenti in diretta con Giletti, la D’urso e la Parodi che mancano alla Calabria. Per meglio dire non sono la pietà e la strumentalizzazione dei media ciò di cui abbiamo bisogno. Alla Calabria, e al mezzogiorno più in generale, mancano le fondamenta e la presenza dello Stato, non della tv di Stato (dunque delle telecamere). Quelle spesso fanno danni quando si presentano, al sud come al nord. Alla Calabria manca innanzitutto il concetto di Paese; e non perché la Calabria non sia in grado di concepirlo e conseguentemente di comprenderlo, ma perché a lei questa possibilità, così come a gran parte del mezzogiorno, non è stata mai concessa da parte del Paese stesso. Lo Stato al sud manca: quelli che affermano il contrario amano vivere di retorica e parlano, spesso, senza conoscere il sud e i suoi problemi strutturali. Perché quella di considerarlo parte integrata del Paese è una posizione retorica; la stessa retorica che negli anni ha affidato il meridione e i suoi figli al seno del Leviatano Nero che li ha poi allevati a pappe dal sapor di assistenzialismo ‘ndranghetistico e statale, negando loro la possibilità di guardare oltre l’orizzonte e conquistare l’autonomia necessaria per dire «no!» a chi sfrutta le necessità personali, create di proposito, per mantenere lo status quo e impedire ogni forma di miglioramento. Il sud che abbiamo imparato a conoscere fino ad oggi è un sud lontano dal concetto di Paese Italia molto più di quanto non lo sia l’Italia stessa. Non è, in alcun modo, parte integrata ma, in piccolissime percentuali, solo parte integrante di una realtà che non gli appartiene, non gli somiglia e che, comunque, non vive. Continua a leggere “Più Stato e meno tv: al sud non servono i mass media”

L’eterna inconsistenza politica dei rappresentanti calabresi

Undici settembre 2015, la Camera dei Deputati avrebbe dovuto discutere della “… perdurante situazione di grave crisi del mezzogiorno”.

I presenti erano solo undici, mentre venti deputati Calabresi hanno evidentemente dedotto che la discussione non era degna di rilevanza: in fondo, non è loro interesse il fatto che la Calabria e il cosiddetto mezzogiorno in generale (che da questo momento in poi chiamerò “Napoli”, dal nome nostra antica Capitale e da cui si è delineata la nostra secolare identità nazionale, elemento nodale per le sorti della nostra storia e del nostro futuro) continuino a perire sotto i colpi assestati del colonialismo Italiano e dal suo egoismo patriottico, che sacrifica la nostra società al suo altare pur mantenerci come principale mercato di sbocco (a discapito della nostra economia, in perpetua agonia da due secoli e soffocata dall’imprenditoria del così detto “nord”), che priva Napoli della possibilità di avere una degna rete infrastrutturale, che ci disconosce la facoltà di essere padroni delle nostre risorse (umane, territoriali, politiche ed economiche), riconoscendo la nostra utilità come grande bacino di voti da modellare a sua discrezione attuando politiche clientelari o come cassaforte da cui attingere liquidità, scippando finanziamenti assegnati alle nostre regioni altrove, metodi con cui si suole consacrare la politica colonialista Italiana volta a mantenere le nostre regioni volutamente in sottosviluppo. Vi sono stati esempi pratici, forse chi ha la memoria lunga certamente lo ricorderà. Continua a leggere “L’eterna inconsistenza politica dei rappresentanti calabresi”

Grazie allo Stato la ‘ndrangheta non esiste nemmeno a Bagnara

E’ stato sciolto per infiltrazioni mafiose il comune di Bagnara Calabra, Reggio Calabria. Alla notizia, molti cittadini di Bagnara hanno reagito così: «Ma quale mafia e mafia. La vera mafia è a Roma, qui non c’è. È una vergogna aver sciolto il comune. Che andassero a chiudere i comuni di Renzi e i suoi compagni». Oltre al fatto che bisognerebbe capire come Renzi faccia ad avere dei compagni, mi chiedo – anche al netto di queste parole – come sia ancora possibile che la politica parli di meridione con la semplicità e l’irresponsabilità alle quali ci ha abituati; del perché non discuta più della vera questione meridionale; di come faccia la politica a riempirsi la bocca con frasi fatte del tipo «il sud risorsa per il Paese» senza che questa abbia in testa una benché minima idea di cosa sia davvero il sud e del tappeto di omertà, unito ad una spaventosa passività culturale, che domina molte comunità calabresi, campane, siciliane. Insomma, mi chiedo come faccia la politica a non rendersi conto di ciò che la sua incapacità abbia generato in alcune zone del Paese, dove lo Stato viene visto come un nemico. Lo stesso Stato la cui assenza ha fatto sì che «la ‘ndrangheta non esiste» nemmeno a Bagnara Calabria. Per capirci, la politica fa retorica semplicistica sul meridione e sulla ‘ndrangheta senza tener conto – consapevolmente – dell’esistenza di comunità come ad esempio Platì.
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