Le Castella e l’assurda richiesta d’indipendenza

Mentre il Paese guarda agli accorpamenti di enti, Comuni e tutto ciò che può far risparmiare pubbliche risorse (con la speranza che aumenti anche l’efficienza dei servizi), i cittadini di Le Castella, frazione turistica di Isola Capo Rizzuto, indicono un referendum popolare perché stanchi di essere subordinati all’amministrazione guidata oggi da Gianluca Bruno. E’ una ‘battaglia’ che va avanti da quasi dieci anni: «non abbiamo niente contro Isola ma vogliamo essere artefici del nostro destino», dicono i rappresentanti del ‘comitato’ nato per propagandare l’indipendenza.
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La bruttezza mentale del Pd e di Peppino Vallone

Se uno pensa male non potrà che scrivere male. Se uno è brutto dentro non potrà che togliere fuori bruttezze. Se un’amministrazione è intrisa di bruttezza mentale, vale a dire incapace di pensare al bello (il bene è utopia) per la città e i cittadini, non potrà che sfornare obbrobri clamorosi e mancare occasioni continuamente. E così hanno fatto Peppino Vallone e il Pd: in dieci anni – data la loro bruttezza di pensiero – hanno impoverito urbanisticamente la città, lasciato operette a metà o abbandonate a se stesse e, ovviamente, sprecato occasioni.

L’elenco, credetemi, potrebbe occupare almeno tre pezzi sul blog ma preferisco limitarmi a sottolineare quella che è forse l’opera più brutta e insensata (dopo gli omaggi a Pitagora e a Milone, ovviamente) che questa brutta e insensata amministrazione abbia lasciato alla città: la fontanella di fronte il cimitero. E pensare che la nomea di fontanaro è rimasta al compianto Senatore. Quella installata (alla meno peggio, giusto per mettere qualcosa come gli infiniti e orribili rondò che hanno invaso Crotone) di fronte il campo santo è il biglietto da visita di un uomo, Peppino Vallone, che non ha vissuto la città, non l’ha amata e non l’ha imparata a conoscere e di un partito, quello Democratico, che è ormai alla canna del gas culturalmente e politicamente, privo di nuove figure, azzannato dalla vecchia guardia provinciale che non vuole che le cose cambino. Col tacito consenso di tutti.
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La democrazia, in Calabria, non esiste

C’è chi ancora parla di democrazia in Calabria. Quanta ipocrisia, quanta codardia da parte di quella classe politica (e non solo politica) che non perde occasione per riempirsi la bocca con parole affini al concetto democratico. La verità è che in Calabria la democrazia non esiste, non c’è mai stata. I calabresi, il principio democratico, non l’hanno mai davvero conosciuto. Per alcuni, questo, è un fatto noto, per altri è sconosciuto e per moltissimi altri ancora è notissimo ma viene, volutamente e subdolamente, non considerato, minimizzato, negato. Quella che chiamiamo democrazia in Calabria non ha nulla a che vedere con quella che, ad esempio, c’è in Lombardia. La nostra è una farsa; è la copertina di un libro che una volta aperto è pieno di sole pagine bianche che col tempo hanno iniziato ad acquisire un grigiore lugubre, figlio di una politica volta al mantenimento e alla restrizione piuttosto che all’evoluzione e alla libertà. In Calabria, al contrario che in Lombardia, manca il senso partecipativo, mai potutosi sviluppare per via di una politica oscurantista che ha tirato su una società priva di emozioni, di stati d’animo, di dubbi, di volontà, di libertà.

La Calabria oltre ad essere la più grande periferia culturale è anche il più grande latifondo elettorale d’Italia, gestito alla stregua di come i latifondisti gestivano i loro terreni agricoli fino alla metà del ventesimo secolo: si preoccupavano solo della rendita tralasciando tutto il resto: bonifica del terreno, innovazioni tecnologiche, diritti dei braccianti, evoluzione agricola. E oggi nulla è cambiato in Calabria: coloro che detengono il potere politico nella terra degli Itali, si preoccupano solo di riscuotere il loro pacchetto voti, da usare poi in mille modi, lasciando i calabresi, simili ai vaccari dei tempi, al loro destino, e la Calabria, l’enorme latifondo da sfruttare, abbandonata a se stessa: quindi nessuna volontà di sviluppo e niente strumenti per poter migliorare e migliorarsi ma solo riscossione dei raccolti, oggi sostituti dai voti.
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