Jonny, «indagato Gianluca Bruno»: anzi no, ma forse sì

Alle prime luci dell’alba di ieri, su ordine della Dda di Catanzaro, è scattata l’operazione “Jonny”. In manette sono finiti uomini di spicco della cosca Arena, il potentissimo governatore Leonardo Sacco e il suo mentore spirituale (e non solo spirituale), il prete Edoardo Scordio. Le accuse vanno dall’associazione mafiosa alla detenzione abusiva di armi, passando per intestazione fittizia di beni a un’altra sfilza di reati gravi che avrete sicuramente letto altrove. E’ stata la notizia d’apertura del principale telegiornale italiano e ha occupato le prime pagine di alcuni dei più diffusi quotidiani nazionali. Si tratta di un’operazione importantissima che molti – tra cui noi – aspettavano e auspicavano da tempo. Ma ci sarebbe di più: tra gli indagati risulterebbe anche Gianluca Bruno, sindaco di Isola Capo Rizzuto (lo stesso che Enzo Sculco voleva «cacciare a calci in culo»). Il condizionale è d’obbligo nel momento che la notizia, che vedrebbe Bruno iscritto nel registro degli indagati, è stata pubblicata da alcuni quotidiani online, come per esempio crotonenews.com, e indirettamente smentita da lacnews24.it che nel riportare un’intercettazione tra lo stesso Bruno e uno degli indagati, dalla quale emerge la figura forte del prete – imprenditore («se se ne va lui, ci ripuliscono tutti» dice il sindaco), ha sottolineato, in ogni passaggio, che il primo cittadino  risulta «non indagato». Continua a leggere “Jonny, «indagato Gianluca Bruno»: anzi no, ma forse sì”

Marilina Intrieri, amica dei condannati per mafia

Dalle inchieste giudiziarie che stanno travolgendo la Calabria politica è uscito fuori anche il nome della crotonese Marilina Intrieri. Si tratta di una serie di telefonate con Paolo Romeo, già condannato in definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa e ritenuto dagli inquirenti il regista nero della politica calabrese. Il contenuto delle intercettazioni fa emergere un contesto poco edificante. Intanto abbiamo la Intrieri che si incontra e chiede consigli a un condannato per reati contigui alla mafia. Mica bazzecole. Non solo. Nel 2009 Scopelliti chiama la Intrieri e le chiede un incontro. Questa, immediatamente dopo, contatta il regista nero per chiedere consigli sul da farsi ricevendo risposta affermativa. L’ex sindaco di Reggio e Marilina l’«onorevole» dunque si incontrano. Siamo a ridosso delle Elezioni Regionali che vedranno trionfare in maniera bulgara Scopelliti e la destra calabrese. L’Intrieri richiama il condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e riporta i passaggi dell’incontro: «Scopelliti è teso» e «Mi confermano che è lui il candidato». Insomma, siamo davanti a una collaborazione molto grave e assai imbarazzante. E non finisce qui. I due rimangono d’accordo per un incontro nei giorni successi insieme all’«amico nostro di Cosenza che è su Vibo». Chi è l’amico? Pino Tursi Prato, anche lui condannato in definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. I tre si incontrano poi in un bar di Reggio Calabria e, secondo gli inquirenti, fanno un po’ il punto della situazione.
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E’ finita bene una storia sbagliata

Si è chiusa oggi una storia assurda, una di quelle che non dovrebbero proprio nascere e che invece, oltre a prendere vita, crescono pure e destabilizzano. Il protagonista, suo malgrado, è stato Agostino Pantano, apprezzato cronista calabrese. L’accusa: ricettazione di notizie. Un po’ come se le notizie fossero dei beni da piazzare sul mercato nero.

Pantano, nell’aprile 2010, da responsabile della redazione reggina di Calabria Ora, pubblicò sette articoli inerenti allo scioglimento per mafia del comune di Taurianova avvenuto nel 2009. Alcuni fatti inediti, riguardanti anche Rocco Biasi che fu sindaco nella giunta precedente allo scioglimento, Pantano li raccolse dalla “relazione della Commissione d’accesso”. Questo non piacque al Biasi che denunciò il giornalista per diffamazione, successivamente indagato appunto per “ricettazione di notizie”. Repubblica delle Banane.
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Le Castella e l’assurda richiesta d’indipendenza

Mentre il Paese guarda agli accorpamenti di enti, Comuni e tutto ciò che può far risparmiare pubbliche risorse (con la speranza che aumenti anche l’efficienza dei servizi), i cittadini di Le Castella, frazione turistica di Isola Capo Rizzuto, indicono un referendum popolare perché stanchi di essere subordinati all’amministrazione guidata oggi da Gianluca Bruno. E’ una ‘battaglia’ che va avanti da quasi dieci anni: «non abbiamo niente contro Isola ma vogliamo essere artefici del nostro destino», dicono i rappresentanti del ‘comitato’ nato per propagandare l’indipendenza.
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Uno Stato, due Paesi: la Calabria senza ordinaria velocità

Immagini di scontri tra attivisti no – TAV e forze dell’ordine ci giungono in casa da diverso tempo ormai, ma nonostante ciò, quello che si è capito non è molto, vuoi anche per un’informazione televisiva poco chiara nell’esporre e sopratutto nel riportare i fatti. Ciò che si è appreso, con numeri non del tutto certi, è il costo: dai 17 ai 35 miliardi di euro. Tutti soldi pubblici investiti e da investire per realizzare la parte ferroviaria italiana che andrà a collegare Torino e Lione. Un progetto che negli anni ha subito diverse modifiche ma che alla fine conterà circa 235 km di linea ferroviaria, percorribili da treni ad alta velocità volti al trasporto di merci e persone. Oltre agli attivisti impegnati in prima linea per impedire il deturpamento del territorio e quindi la realizzazione di questa enorme opera pubblica, diversi, tra studiosi, esperti ed intellettuali hanno espresso pareri favorevoli e contrari a riguardo.

Oliviero Baccelli, docente di Economia dei Trasporti all’Università Bocconi di Milano, sostiene che «La Torino-Lione è una priorità, perché ridurrebbe la dipendenza dall’autotrasporto, togliendo così dalla strada centinaia di migliaia di tir ogni anno». Di parere opposto è invece Marco Ponti, docente di Economia dei Trasporti al Politecnico di Milano, fermo sostenitore della tesi che non solo queste infrastrutture non toglierebbero le merci dalla strada ma che la Francia negli ultimi tempi ha investito tanto sulle strade ferrate perdendo comunque il 30% del traffico merci su binari. Continua a leggere “Uno Stato, due Paesi: la Calabria senza ordinaria velocità”

L’anchorman democristiano e le TV della ‘nduja

Non credo abbia bisogno di presentazioni: è il volto più noto nonché direttore di rete di Esperia TV, la televisione di Massimo Marrelli. Da più di quattro anni ormai entra nelle case dei calabresi come presentatore del TG di rete e de “La Calabria ci riguarda”, una sua creatura nata durante il periodo più duro per le sorti del Marrelli Hospital (oggi in viaggio verso l’apertura).

Salvatore Audia è un crotonese adottivo: è nato a San Giovanni in Fiore e ha avuto anche una piccola parentesi politica come assessore del comune silano. Fa giornalismo praticamente da sempre. E’ stato il presentatore di diversi TG regionali prima di approdare nel Gruppo Marrelli.

La sua innata predisposizione nei confronti del mezzo televisivo è innegabile. E’ semplicemente esemplare davanti alla macchina da presa: mai una sbavatura linguistica, pochissimi inceppi, massima chiarezza espressiva. Peccato per gli argomenti e il suo approccio verso questi, spesso futili e troppo spesso trattati con una sorta di patina protettiva che lo esula dal rischio di prese di posizione.

Con tutti gli interlocutori si comporta da amicone; a tutti riserva le solite battutine sul tipo di conversazione da impostare («ci diamo del tu o del lei?»); non si espone praticamente mai e non insidia nessuno con domande di rilevanza; loda in maniera spassionata ogni suo ospite sottolineando sempre che «non si tratta di piaggeria o di circostanza». E ha ragione: lui il pomeriggio toglie le vesti di giornalista e indossa quelle da democristiano d’altri tempi. Sono tutti amici, tutti simpatici, tutti intellettualmente onesti. Intanto la critica politica muore a colpi di fuffa e sorrisetti.

Del resto è semplice capire la sua figura: se lo si paragona a Vespa lui anziché infastidirsi si compiace. Insomma, stiamo parlando di Bruno Vespa e non di Enzo Biagi. Comunque sì, de gustibus.  Continua a leggere “L’anchorman democristiano e le TV della ‘nduja”

Più Stato e meno tv: al sud non servono i mass media

Non sono i telegiornali che ci servono. Non sono i collegamenti in diretta con Giletti, la D’urso e la Parodi che mancano alla Calabria. Per meglio dire non sono la pietà e la strumentalizzazione dei media ciò di cui abbiamo bisogno. Alla Calabria, e al mezzogiorno più in generale, mancano le fondamenta e la presenza dello Stato, non della tv di Stato (dunque delle telecamere). Quelle spesso fanno danni quando si presentano, al sud come al nord. Alla Calabria manca innanzitutto il concetto di Paese; e non perché la Calabria non sia in grado di concepirlo e conseguentemente di comprenderlo, ma perché a lei questa possibilità, così come a gran parte del mezzogiorno, non è stata mai concessa da parte del Paese stesso. Lo Stato al sud manca: quelli che affermano il contrario amano vivere di retorica e parlano, spesso, senza conoscere il sud e i suoi problemi strutturali. Perché quella di considerarlo parte integrata del Paese è una posizione retorica; la stessa retorica che negli anni ha affidato il meridione e i suoi figli al seno del Leviatano Nero che li ha poi allevati a pappe dal sapor di assistenzialismo ‘ndranghetistico e statale, negando loro la possibilità di guardare oltre l’orizzonte e conquistare l’autonomia necessaria per dire «no!» a chi sfrutta le necessità personali, create di proposito, per mantenere lo status quo e impedire ogni forma di miglioramento. Il sud che abbiamo imparato a conoscere fino ad oggi è un sud lontano dal concetto di Paese Italia molto più di quanto non lo sia l’Italia stessa. Non è, in alcun modo, parte integrata ma, in piccolissime percentuali, solo parte integrante di una realtà che non gli appartiene, non gli somiglia e che, comunque, non vive. Continua a leggere “Più Stato e meno tv: al sud non servono i mass media”

La Gabbia di Paragone e la speculazione sulla Calabria

Fuori piove, non è tempo per stare in giro. Decido dunque di rimanere a casa: birretta e tv. La scelta è tra “Squadra Antimafia” e “La Gabbia”, talk politico. La fiction italiana, per usare un eufemismo, non mi fa impazzire. Mi sintonizzo quindi su La7. Per chi non lo conoscesse, “La Gabbia” è un programma televisivo iper – populista, dove i problemi e i fatti di cronaca del Paese vengono enfatizzati, pompati, portati al limite del ridicolo e a volte dell’incredibile. Come quasi in tutti gli altri programmi del genere, anche da Paragone gli argomenti sono i soliti: immigrazione, casta e l’immancabile ‘clan’ dei Casamonica; trend topic, insieme ai cinghiali e alle pasticche al Cocoricò, dell’estate italiana 2015.

Dopo la solita filosofata di dubbia attendibilità di un tale Fusaro, il solito attacco del leghista di turno e la solita difesa della Kyenge sul tema immigrazione, l’attenzione si sposta sul funerale «in stile padrino» di Vittorio Casamonica, con l’immancabile e improbabile servizio a mo’ di reportage di guerra, con tanto di musichette ansiose, riprese mosse e parolacce. Continua a leggere “La Gabbia di Paragone e la speculazione sulla Calabria”