I dolori della ‘cciovane’ Enza

La Bruno Bossio insulta su Facebook due facinorosi 80enni col bastone colpevoli di averla criticata per la sua propaganda sulla sanità, a pochi giorni dal Referendum, durante un incontro tenutosi a Praia a Mare. «Isolateli», ha scritto su un post.img_1769Che la non accettazione della critica sia diventato un must per il Pd renziano lo si era già capito da tempo. Matteo Renzi, del resto, aveva già battezzato tale orribile moda al tempo dello “Sblocca Italia”, quando dichiarava la frase “non ci faremo intimidire da quei 3 – 4 comitatini”, riferendosi a quella parte di società italiana (non proprio piccola) sempre battagliera e pronta a fronteggiare gli stupratori ambientali del bel Paese.

Ecco, la linea difensiva del Partito Democratico da quel giorno è stata questa: demolire e demonizzare chi non è allineato. Continua a leggere “I dolori della ‘cciovane’ Enza”

La Calabria è una latifondo marcio 

C’è chi ancora parla di democrazia in Calabria. Quanta ipocrisia, quanta codardia da parte di quella classe politica (e non solo politica) che non perde occasione per riempirsi la bocca con parole affini al concetto democratico. La verità è che in Calabria la democrazia non esiste, non c’è mai stata. I calabresi, il principio democratico, non l’hanno mai davvero conosciuto. Per alcuni, questo, è un fatto noto, per altri è sconosciuto e per moltissimi altri ancora è notissimo ma viene, volutamente e subdolamente, non considerato, minimizzato, negato. Quella che chiamiamo democrazia in Calabria non ha nulla a che vedere con quella che, ad esempio, c’è in Lombardia. La nostra è una farsa; è la copertina di un libro che una volta aperto è pieno di sole pagine bianche che col tempo hanno iniziato ad acquisire un grigiore lugubre, figlio di una politica volta al mantenimento e alla restrizione piuttosto che all’evoluzione e alla libertà. In Calabria, al contrario che in Lombardia, manca il senso partecipativo, mai potutosi sviluppare per via di una politica oscurantista che ha tirato su una società priva di emozioni, di stati d’animo, di dubbi, di volontà, di libertà.

La Calabria oltre ad essere la più grande periferia culturale è anche il più grande latifondo elettorale d’Italia, gestito alla stregua di come i latifondisti gestivano i loro terreni agricoli fino alla metà del ventesimo secolo: si preoccupavano solo della rendita tralasciando tutto il resto: bonifica del terreno, innovazioni tecnologiche, diritti dei braccianti, evoluzione agricola. E oggi nulla è cambiato in Calabria: coloro che detengono il potere politico nella terra degli Itali, si preoccupano solo di riscuotere il loro pacchetto voti, da usare poi in mille modi, lasciando i calabresi, simili ai vaccari dei tempi, al loro destino, e la Calabria, l’enorme latifondo da sfruttare, abbandonata a se stessa: quindi nessuna volontà di sviluppo e niente strumenti per poter migliorare e migliorarsi ma solo riscossione dei raccolti, oggi sostituti dai voti. 
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L’abbandono di Ryanair e il peso pari a zero del Pd calabrese

Il Governo ha aumentato le tasse aeroportuali da 6 a 9 euro e la compagnia irlandese di voli low – cost ha annunciato che, a partire da ottobre, abbandonerà lo scalo di Crotone. Non appena appresa la notizia, le prime cose che si sono palesate agli occhi chi guarda con un minimo di attenzione, sono state, sostanzialmente, queste: la prima è che Matteo Renzi, nell’agenda del Governo, non ha riservato al meridione nemmeno una posizione di media classifica, vista l’assenza di altre infrastrutture e il ruolo vitale che comporta l’aeroporto per Crotone; la seconda riguarda la totale inconsistenza della classe dirigente calabrese e crotonese in quota PD: se questa, infatti, avesse avuto un peso minimo, il Governo l’avrebbe tenuto in considerazione e avrebbe capito di conseguenza che alzare le tasse ad una compagnia che vive sui prezzi bassi non avrebbe agevolato, ma al contrario messo seriamente a rischio, la permanenza della stessa nella città di Crotone. Quindi, quando Artutro Crugliano Pantisano o il giovane dem Aquila parlano, rispettivamente, di un «rapporto ottimale con Renzi» e di una «deputazione che si fa sentire a Roma», dicono solo balle.
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Carlo Guccione: l’indagato piagnone

Da quando non è più assessore al “Lavoro e alle Politiche Sociali”, Carlo Guccione – un ciuccio di lavoro in termini elettorali (il più votato alla Regione con oltre 15 mila preferenze) – non perde occasione per screditare l’operato di Mario Oliverio e della sua nuova Giunta di tecnici. Dopo lo scandalo rimborsi che travolse l’ente l’estate scorsa, Oliverio si vide costretto a sciogliere la giunta politica e a sostituirla con una tecnica. E quindi via persone del calibro di Ciconte, De Gaetano (raggiunto dal divieto di dimora e fino a 12 giorni fa ai domiciliari) e Guccione perché indagate a vario titolo per falso e peculato.

A distanza di sette mesi, Mr. quindicimila preferenze, non è riuscito ancora a mandare giù l’esclusione dalle poltrone che contano, al punto da aver creato un fronte anti – Oliverio all’interno del PD regionale. Ha fatto squadra coi critici dem (sindaci, consiglieri) e con Flora Sculco – la figlia del pluricondannato Enzo – e lo scorso dicembre da un hotel di Rende – in un convegno che la stessa Flora ci tiene ad etichettare come costruttivo – ha esposto dati, cifre e progetti ai quali nemmeno lui crede, e usato paroloni di cui con molta probabilità non ne conosce il significato. Ha parlato del «fallimento del processo riformista promesso ai calabresi» e della «contiguità col passato» che la Giunta di Oliverio continua ad avere, dimenticandosi però che lui stesso fa parte proprio di quel passato, che tanto condanna, insieme ai Ciconte, agli Scalzo e ai De Gaetano. Solo per citare qualche nome.

Che fegato questo Ciconte, mezzo Verdone mezzo Orso Yoghi. Leggendo e vedendo le interviste che il piagnone di Cosenza rilascia, viene spontaneo chiedersi come faccia a non provare vergogna nel tirare sassi ad Oliverio e a parlare di classe dirigente, lui che è indagato e che se avesse potuto sarebbe rimasto al suo posto senza nemmeno pensarci su un attimo. E non perché il lavoro svolto fin qui dall’ex Presidente della Provincia di Cosenza sia ottimale e immune da critiche, tutt’altro: lo sdegno e l’incredulità sono direttamente collegati alla persona che muove le critiche: se Guccione fosse ancora al suo posto, ora loderebbe Oliverio e persino i dipendenti della cittadella regionale. Ciò che fa arrabbiare è la sua ipocrisia, tipica di quei personaggi legati ancora alle logiche della vecchia politica che parlano, anzi blaterano, senza dare valore alle parole che dicono. Continua a leggere “Carlo Guccione: l’indagato piagnone”

Platì non è in Italia e non conosce la normalità: lo Stato ne congeli la democrazia

Si sente dire spesso che la democrazia a Platì non esiste più a causa dei numerosi scioglimenti per infiltrazioni mafiose e conseguenti commissariamenti: tre in 12 anni. Sarà anche vero, ma non provino a convincere l’opinione pubblica che a riportarla – nel paesino reggino, base del narcotraffico ‘ndranghetistico – saranno le ‘Elezioni Amministrative’. La democrazia a Platì manca e mancherà sempre; che saranno sindaci eletti o commissari nominati ad amministrarla. Il punto non sono le elezioni – per altro si parla di una frazione di poco meno di 4.000 abitanti – ma il contesto. A Platì c’è la ‘ndrangheta vera; ci sono i bunker degli ‘ndranghetisti e da lì passa gran parte del narcotraffico delle ‘ndrine calabresi. A Platì però manca l’acqua; mancano le strade; manca la cultura civica; manca la lingua italiana; manca la legge; mancano le prospettive; mancano i campetti per i bambini dal futuro già segnato; manca lo Stato. A Platì i sindaci che non si allineano muoiono ammazzati sotto i  colpi della ‘ndrangheta. E non è fiction, non è una visione romanzata.

Platì rappresenta l’esplicazione perfetta del concetto di periferia culturale in Calabria e nel mezzogiorno. Un luogo dove lo Stato non ha né valore né un senso; dove i suoi figli girano a 11 anni sui motorini senza casco nelle strade inesistenti di un paese che non c’è; dove la politica è collusa o è morta; dove i suoi abitanti non conoscono il resto del mondo, la luce della bellezza, il senso della vita. A Platì chi non è ‘ndranghetista è omertoso, sottomesso alle logiche proprie delle periferie culturali, dunque a quelle della subcultura ‘ndranghetista. Lì la democrazia non è stata espropriata dai commissariamenti, no: lì la democrazia non l’hanno mai conosciuta realmente, così come in molte zone della Calabria dove il voto è impegnato, veicolato dai colletti bianchi collusi con la ‘ndrangheta, dagli ‘ndranghetisti stessi e dai politici lottizzati. Platì vive di stenti, di logiche assurde e impensabili (specie per chi non le guarda da vicino) rispetto al concetto di Paese Italia. E non solo Platì e non solo la Calabria: questo è un discorso estendibile a gran parte del sud Italia; quel sud d’Italia che di Italia ha davvero poco se non i profumi e la lingua, quest’ultima spesso ignota in realtà come quella platiese, per l’appunto.  Continua a leggere “Platì non è in Italia e non conosce la normalità: lo Stato ne congeli la democrazia”

Mario Oliverio non deve dimettersi: è il meglio che c’è (ahinoi)

Le dimissioni di Mario Oliverio e dunque il ritorno alle urne, come auspicato dalle opposizioni – le stesse che nel novembre scorso presero percentuali ridicole (vedi il 4% del M5S) – comporterebbero una destabilizzazione ulteriore per la Calabria e per l’elettorato calabrese,  già propenso all’astensionismo, che in questo momento non possiamo assolutamente permetterci. Le scelte fatte da Oliverio sono sì discutibili e l’inibizione per tre mesi da parte di Cantone ne è la prova; ciò detto, Oliverio, dal punto di vista amministrativo, è il meglio che c’è (con tutti i limiti del caso e della persona) e nessuno farebbe meglio di lui: dal centrodestra (pietoso) ai grillini (assenti). Non si tratta di voler difendere l’ex Presidente della Provincia di Cosenza, spesso attaccato, o il PD calabrese, di per sé assente; è una pura questione di logica e buon senso. Difatti, se ci fossero le elezioni domattina avremmo una fotocopia dell’attuale situazione. In più bisogna distinguere: il provvedimento di Cantone, nei confronti del Governatore, ha riguardato una nomina effettuata ai tempi della prima Giunta (quella scandalosa con De Gaetano, per intenderci) per la quale Oliverio ha pagato, oltre che con l’inibizione, con inimicizie all’interno del suo stesso partito (Guccione, scaricato dopo rimborsopoli, non perde occasione per screditarlo). Ora ci sono i tecnici, i professori: staremo a vedere.  Continua a leggere “Mario Oliverio non deve dimettersi: è il meglio che c’è (ahinoi)”

La Calabria paga scelte omertose e silenzi rimbombanti

Ricapitoliamo: Nino De Gaetano dopo due legislature da consigliere regionale, viene indagato perché sospettato di aver chiesto voti ad una cosca del reggino. La polizia ne richiede addirittura l’arresto e intanto le indagini vanno avanti. Siamo nel 2011.

Nel frattempo, in Regione, dopo la disastrosa gestione del centrodestra di Scopelliti, il centrosinistra ha le porte spalancante verso la vittoria; candida Oliverio e promette pulizia nelle liste. Non vengono candidati, tra gli altri, Ciccio Sulla a Crotone e l’uomo della discordia, De Gaetano appunto, a Reggio. Rimangono comunque personalità i cui nomi già risultano nei registri della procura per la questione “rimborsopoli”. La «sinistra comunista» vince e, dopo mesi di inattività ingiustificata, la Giunta prende forma: si realizza subito l’inciucio (precedentemente escluso da Oliverio) con i fratelli Gentile; Pino Gentile viene eletto vice presidente del consiglio con i voti degli uomini di Oliverio che intanto nomina gli assessori ripescando, contro tutto e tutti, proprio Nino De Gaetano (quello dei voti comprati dalla ‘ndrangheta) e altri due – Guccione e Ciconte – anche loro indagati per “rimborsopoli”. Le polemiche per la nomina non si placano e fanno eco nazionale: Del Rio è contrario alla nomina, Renzi (tanto per cambiare) tace e la Lanzetta (la famigerata “Ministra ombra”) rifiuta l’assessorato proprio per la presenza di De Gaetano. Oliverio se ne assume la piena responsabilità politica, mettendoci la faccia e affermando, senza alcun timore, che la sua giunta «non sarà dettata dalla magistratura» (e mi verrebbe da dire: magari lo facesse ogni tanto) ma dalle capacità politiche. Le capacità politiche di un uomo come De Gaetano nessuno le ha viste mai, ma questa è un’altra storia. Continua a leggere “La Calabria paga scelte omertose e silenzi rimbombanti”

Grazie allo Stato la ‘ndrangheta non esiste nemmeno a Bagnara

E’ stato sciolto per infiltrazioni mafiose il comune di Bagnara Calabra, Reggio Calabria. Alla notizia, molti cittadini di Bagnara, hanno reagito così: «Ma quale mafia e mafia. La vera mafia è a Roma, qui non c’è. È una vergogna aver sciolto il comune. Che andassero a chiudere i comuni di Renzi e i suoi compagni». Oltre al fatto che tutti vorremmo sapere come Renzi faccia ad avere dei compagni, mi chiedo – anche al netto di queste parole – come sia ancora possibile che la politica parli di meridione con la semplicità e l’irresponsabilità con le quali ci ha abituati; del perché non discuta più della vera questione meridionale; di come faccia la politica a riempirsi la bocca con frasi fatte del tipo «il sud risorsa per il Paese» senza che questa abbia in testa una benché minima idea di cosa sia davvero il sud e del tappeto di omertà, unito ad una spaventosa passività culturale, che domina molte comunità calabresi, campane, siciliane. Insomma, mi chiedo come faccia la politica a non rendersi conto di ciò che la sua incapacità ha generato in alcune zone del Paese, dove lo Stato viene visto come un nemico. Lo stesso Stato la cui assenza ha fatto sì che la ‘ndrangheta «non esiste» nemmeno a Bagnara Calabria. Per capirci, la politica fa retorica sul meridione e sulla ‘ndrangheta senza tener conto – responsabilmente – dell’esistenza di comunità come ad esempio Platì.
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Quanto fa ridere l’esclusione di Wanda Ferro dal consiglio regionale?

Sono ormai tre i mesi passati dal giorno in cui i calabresi si sono recati alle urne per scegliere il nuovo governatore. Da novembre ad oggi però, l’unica cosa che continua a tener banco è l’esclusione di Wanda Ferro dal Consiglio Regionale.

Il leader dell’opposizione, colei che ha racimolato più voti di tutto il centrodestra, non potrà opporsi, né votare né tantomeno deliberare perché rimasta a casa e senza alcuna poltrona. Il ricorso al TAR è stato puntuale come l’inciucio tra Oliverio e Tonino Gentile. La Ferro non ci sta così come tutto il suo partito.  Il neo governatore intanto si costituisce in giudizio per opporsi al ricorso scatenando ulteriori polemiche in Forza Italia. Ma Oliverio, non essendo il primo degli sprovveduti, ricorda, a chi nel caso l’avesse dimenticato, che chi oggi contesta questa situazione e si scaglia contro di lui, ha votato questa legge elettorale e che dunque farebbe meglio a tacere. E come dargli torto? Piuttosto chi, come Mimmo Tallini e la stessa Wanda Ferro, si oppone, in tutti i modi possibili, a questa esclusione, dovrebbe fare un mea culpa e cambiare pedine all’interno del proprio entourage politico. Ebbene sì, perché la (brutta) legge parla chiaro e dunque le ipotesi sono due: o l’hanno votata senza leggerla o, a Wanda Ferro, hanno voluto fare un bel regalino. Infatti sarebbe bastato presentare la candidatura a consigliere regionale, oltre che a presidente, e tutto questo putiferio non sarebbe mai accaduto e ora, in consiglio, ci sarebbero i due principali competitor. Continua a leggere “Quanto fa ridere l’esclusione di Wanda Ferro dal consiglio regionale?”