Imputata e prosciolta la legalità

La storia dell’ex sindaco Girasole va al di là dell’assurdo, una vera e propria vicenda illogica che rimarca ancora una volta la «debolezza» delle istituzioni a livello locale e nazionale, tale da fare interrogare anche la Commissione Nazionale Antimafia. Ma ripercorriamo la storia partendo dall’origine: Carolina Girasole venne eletta nel 2008 alla guida di una lista civica di centrosinistra ed aveva caratterizzato il suo mandato, che si chiuse nel 2013, con l’impegno costante per la legalità. Un impegno riconosciuto a livello nazionale, per il quale veniva chiamata a relazionare in molte iniziative a testimonianza della sua esperienza (Torino, Pisa, Reggio Emilia, Ferrara, Bologna e Reggio Calabria, in quest’ultima, unica testimonianza alla manifestazione “No ‘ndrangheta”) con esponenti politici di rilievo (come il Ministro alle Infrastrutture Graziano Del Rio, già sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nonché Sindaco di Reggio Emilia). Con Carolina, a confermare l’impegno, le altre sindache calabresi “coraggiose”: Maria Carmela Lanzetta (prima Sindaco di Monasterace e poi Ministro per gli affari regionali) ed Elisabetta Tripodi (ex Sindaco di Rosarno). Molti sono stati i riconoscimenti a lei assegnati, tra i quali: il Premio Internazionale “Joe Petrosino” (2012) per la lotta contro la mafia; il Premio “Itaca” a Catanzaro; il Premio “Città della Pace” del Comune di Ferrara ed il Premio Internazionale “Daniele Po” (2013) a Bologna per l’impegno nel quotidiano attraverso il proprio compito istituzionale, nonostante le gravi intimidazioni, andando avanti con umiltà, coraggio e senso del dovere.

IL FATTO

E’ il 3 dicembre 2013 quando, a seguito di un’inchiesta dell’antimafia di Catanzaro su informativa della Guardia di Finanza di Crotone, avviene l’inconcepibile. Carolina Girasole riceve un mandato d’arresto insieme al marito Francesco Pugliese (poi assegnati ai domiciliari) e ad alcuni esponenti del clan Arena per abuso d’ufficio, voto di scambio e turbativa d’asta. Un’accusa pesante quella di corruzione elettorale, che tradotta significa aver patteggiato con la ‘ndrangheta, in modo particolare per lei che della lotta alla mafia ne fece la parola d’ordine durante il suo mandato. Talmente pesante che, per Carolina, finire accusata di essere stata eletta con i voti della famiglia Arena e di averla favorita nella raccolta di un campo di finocchi su un terreno confiscato, è totalmente inaccettabile. Tra l’altro, terreno che ancora oggi è gestito dalla cooperativa “Terre Joniche – Libera terra”, grazie proprio ai provvedimenti assunti all’epoca dalla Giunta Girasole. Frutto di una scelta ben precisa, in concertazione con la Prefettura di Crotone, quella di avere a fianco Don Ciotti, prete tra più importanti impegnati nella lotta antimafia e nella gestione di terreni e immobili confiscati alla criminalità organizzata, anziché le associazioni cattoliche del territorio, a scanso di equivoci localistici. Ciò nonostante, questa scelta non l’ha salvaguardata. Un fervido attacco alla sua figura, che appare quasi come un apposito disegno costruito con finalità ben precise: allontanarla, emarginandola dalla scena politica, considerando anche che qualcuno nelle intercettazioni parlava di un certo «sindaco scomodo». Dunque, un prezzo troppo alto da pagare, dopo le tante battaglie e le iniziative a favore dell’antimafia attuate in cinque anni di amministrazione, che Carolina paga rimettendoci moralmente e personalmente. Il processo denominato “Insula” ha fatto vivere Carolina e suo marito, Franco Pugliese, sulla graticola, per ben due anni e mezzo, un vero e proprio incubo dal quale hanno cercato di uscire rimarcando sin da subito, attraverso una perseverante difesa, la loro innocenza. Continua a leggere “Imputata e prosciolta la legalità”