Venite a scrivere qui, cari giornalisti, se siete liberi e indipendenti

Siccome questo giornale è nato dalla necessità di sopperire alla mancanza di critica politica, che è una delle tante sfumature del giornalismo, il taglio che lo contraddistingue non è certo quello delle carezze e delle slinguazzate ai padroni. Chi si meraviglia di questo modo di intendere e fare il giornalismo, lontano dai canoni tipici di quello provinciale a cui ci hanno abituato, evidentemente sa poco o nulla di giornalismo poiché ignora la storia di questo mestiere e ancor di più quella del Paese.

La critica politica è per definizione aspra e forte, altrimenti si tratterebbe di mero cronachismo fine a se stesso. E oltre al giornalismo del copia e incolla, per fortuna, esiste quello di critica e di opinione che si pone l’arduo obiettivo di stimolare la coscienza collettiva dei lettori (che sono cittadini e quindi elettori che poi votano in base anche alle informazioni che il giornalismo riesce a fornirgli). Se da queste parti latita, perché metterebbe a rischio il consolidatissimo e oliato status quo, la colpa non è certo di chi prova a portarlo avanti in un territorio difficile come questo, dove non appena ti esponi arrivano le querele intimidatorie da parte di coloro che trattano i consessi pubblici alla stregua del tinello di casa.

Ed è proprio su questa tendenza che gli addetti ai lavori dovrebbero riflettere se avessero davvero a cuore la professione – e cioè sui modi parafascisti di certa politica di zittire la pubblica opinione – anziché andare a cena e fare aperitivo con chi è al potere e congratularsi quando questi querelano chiunque osi parlare di loro. Tutto ciò, ovviamente, se si è animati dal fuoco sacro che forse darebbe un senso a quel tesserino di cui tanto si va orgogliosi (che è un po’ come vantarsi degli stickers colorati che le maestre appiccavano sui quaderni all’asilo).

Ma qui la stampa non si mette in discussione proprio perché non mette in dissuasione nemmeno la politica che lottizza gli enti pubblici, coopta amici degli amici nelle partecipate che poi non erogano i servizi essenziali ai cittadini, agisce solo e soltanto per salvaguardare i propri  interessi e accontenta la stessa stampa con corpose prebende distribuite un po’ alla volta, così da tenersi cari i giornalisti che sapranno sempre a chi dire grazie nel caso avvertissero quella malsana voglia di raccontare i fatti.

Dal 2010 a questa parte, il sottoscritto porta avanti una battaglia di principio contro la stampa lottizzata e la politica del latifondo. Quando la dinastia Sculco era all’opposizione, i protagonisti degli articoli erano soprattutto gli esponenti del Pd locale poiché, in quel momento, erano loro a gestire il potere. Al cambio della guardia è cambiato anche il “bersaglio” per una naturale quanto essenziale questione di logica: attaccare chi non esercita più il potere, in un dato periodo, non ha particolarmente senso. Prova ne è il fatto di come fino alle ultime comunali si sia parlato pochissimo degli Sculco in quanto privi del potere amministrativo (erano i tempi in cui anche Flora postava gli articoli de Il Pitagorico – che nostalgia). Nel momento in cui questi lo hanno riconquistato, dal Pd – ormai moribondo – ci si è concentrati sui “nuovi” potentati (perché da queste parti non si amministra la cosa pubblica, si “detta legge”).

Ed è così che si fa, almeno dal mio punto di vista. Questo non significa dimenticare gli altri, ai quali infatti sono stati dedicati diversi articoli critici (e ne sanno qualcosa i grillini coi quali mi sono spesso e volentieri scontrato duramente). Ergo, la retorica degli attacchi ad personam non trova terreno fertile proprio perché si tratta di esercitare il diritto di critica politica nei confronti di chi detiene il potere. Al di là del suo colore, del suo modus operandi e delle condanne che uno si porta dietro.

Fare lo strillone per la maggioranza non rientra tra le linee guida del mio modo di intendere il giornalismo, o più banalmente il dibattito, proprio perché di strilloni al soldo dei potentati ne abbiamo già tanti. E quando si parla di “potentati” non si fa necessariamente riferimento alla politica in senso stretto, bensì a tutti coloro che, in un modo o nell’altro, esercitano il loro potere sui cittadini: dagli imprenditori dai mille affari agli avvocati che portano avanti la politica dei due forni. Tutto è politica nel momento in cui qualcosa o qualcuno tocca e quindi intacca gli interessi della collettività.

Se ad esempio, come accade qui a Crotone, alcuni giornalisti sono legati a doppio filo a un fortissimo gruppo imprenditoriale, che da decenni detta legge in questa città e nel resto della regione, significa che di quei giornalisti ci si può fidare come ci si fiderebbe di un politico che prende i voti dai cittadini al mattino e poi va a cena coi lobbisti alla sera. Capite che c’è una contraddizione di fondo abnorme nel momento in cui la stampa, anziché svincolarsi il più possibile da certe logiche di potere che finiranno poi per legarle le mani, va direttamente alla ricerca di prebende o addirittura si lega volontariamente agli interessi di certi imprenditori che qui e altrove portano avanti affari poco limpidi di cui i giornalisti non possono più parlare per la commistione di cui sopra. E questa è la norma comune che regola la quasi totalità della stampa locale, nonostante molta gente non se ne renda conto per l’assenza degli strumenti necessari e degli spazi liberi come è orgogliosamente libero questo.

E siccome la libertà, per me, non è una parola astratta, facile da usare in frasi ad effetto, come certi fanno con l’“antimafia”, oggi riapriamo ancora una volta le porte a tutti gli attivisti politici, di ogni fazione, del territorio. Ma non solo.

Questo giornale non è abbastanza plurale dal vostro punto di vista? Benissimo, salite a bordo e portate avanti le vostre battaglie contro i vostri avverarsi politici. Queste sono libere pagine da sempre a disposizione di tutti coloro i quali abbiano qualcosa da dire sulla politica locale (non a caso è nata [parentesiquadre]). E l’invito è rivolto soprattutto ai castagnini, ovvero a quei giornalisti che in vita loro una riga contro il potere non l’hanno mai scritta nemmeno per sbaglio, e per questo non accettano che qualcun altro possa farlo: c’è spazio anche per voi. Senza ulteriori ironie di sorta. I vostri editori non vi garantiscono abbastanza libertà? Gli eccessivi costi di redazione vi impedirebbero di esporvi per delle logiche che sfuggono ai più? Nessun problema, questo è un giornale diverso, libero, aperto a tutti, sebbene non sia registrato (e in tribunale, nonostante la mancanza di tesserini e marche bollate, ci si va lo stesso, tranquilli). Il 2020 è alle porte, il fascismo è caduto settant’anni fa.

Dunque, se siete in grado di stimolare il dibattito pubblico uscendo dalla retorica del volemose bene; se credete che alla base della democrazia ci sia anche lo scontro duro fra visioni diverse e il non accettare tacitamente certe logiche di potere; se credete nel giornalismo che non sia solo racconto di sagre, incontri, convegni e tutte quelle belle cose dietro cui vi trincerate quando qualcuno vi fa notare che il giornalista non può limitarsi al racconto e basta, ma deve anche accendere lo scontro affinché chi detiene il potere non si adagi sugli allori, questo giornale sarà felicissimo si ospitarvi.

E’ gratis, dovete soltanto trovare un minimo di indipendenza. Cercate bene in fondo ai cassetti del comò, magari l’avete lasciata tra i vecchi vestiti che indossavate quando, prima della rivoluzione digitale, vi spacciavate per rivoluzionari dalla schiena diritta e un articolo in bianco e nero sul giornale, con in fondo il vostro bel nome, vi faceva sentire degli eroi a prescindere dal contenuto.

di Antonio Belluomo Anello
per Il Pitagorico


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