«La banda» Sculco querela ancora: l’apoteosi dell’ipocrisia

Ci risiamo. Un’altra querela da parte degli Sculco. Questa volta, però, non siamo noi de Il Pitagorico ad aver ricevuto tale onore bensì la senatrice grillina Margherita Corrado. Nell’ennesima nota stampa al vetriolo, i componenti fantasma della coalizione di cartone de La Prossima Crotone si sono scagliati con accuse di ogni genere – e con un linguaggio tipico dei caporali politici – contro l’archeologa crotonese che oggi siede in Parlamento.

Ora, vestire i panni dell’avvocato difensore non rientra nelle prerogative di questo giornale. Non l’abbiamo mai fatto e non lo faremo certo adesso. Anche perché crediamo che la Corrado possa difendersi benissimo da sola. Non ci interessa. Quello che invece riteniamo doveroso è sezionare quella nota stampa ed evidenziarne le contraddizioni a monte, le lacune sul piano argomentativo nonché il modus pensandi di codesti signori che intendono la politica come un modo per dare e ottenere qualcosa, dove i cittadini, anziché esercitare i propri diritti nei luoghi preposti, devono recarsi in sedi private, di partiti padronali e familisti, e chiedere grazie e favori. D’altro canto, i latifondisti politici, nelle periferie culturali come Crotone, dove anche il lavoro è barattabile, ci sguazzano beatamente.

Perché tra le accuse che vengono mosse alla senatrice c’è anche quella – in parte vera – di non essere particolarmente presente sul territorio. Ma tra l’essere presenti, attraverso un comitato elettorale (il M5S è disorganizzatissimo sui territori), e il portare avanti politiche di stampo clientelare ce ne passa: gli Sculco infatti non le contestano tanto la presunta o reale fuga dal collegio elettorale quanto più l’aver “sprecato”, secondo i loro canoni, un seggio in Parlamento che, se Gratteri non si fosse messo di traverso, loro avrebbero gestito secondo le logiche tipiche della politica che li contraddistingue. A metà tra il modello di Brunello Censore (che riceve a casa le persone con pratiche ferme alla Regione) e quello ancor più famoso dell’armatore napoletano Achille Lauro, che ai propri elettori regalava la scarpa destra prima del voto e quella sinistra a seggi scrutinati.

In altre parole il modello di Enzo Sculco: noto non certo per il profilo da statista quanto più per la sua particolare vocazione a gestire i voti in modo scientifico, come Cristo comanda. Che in questo caso è lui stesso: il pastorello divenuto profeta nella terra di nessuno che, grazie anche a una stampa prona e lottizzata, alla fine è diventata sua.

Ma a tutto c’è un limite. Perché quando la realtà supera la fantasia, significa che si è toccato il fondo del dibattito politico (che da queste parti latita da troppo tempo): con tutto ciò che è imputabile ai Cinque Stelle, quei gran masticatori di politica, che quotidianamente baciano la pantofola di Enzuccio, tirano in ballo «le segrete stanze», i «padrini politici» (di cui uno addirittura “intimissimo” della Corrado) e il fatto che «i parlamentari» vengano «scelti per cooptazione dalla segreterie di partito, invece che dai cittadini». Roba da 118, da TSO immediato.

Nel tentativo maldestro di attaccare un’altra parte politica, infatti, sono riusciti ad attaccarsi da soli descrivendo Sculcolandia: il padrino politico che sceglie chi deve fare cosa si chiama Sculco; le segrete stanze dove si nominano sindaci, consiglieri e presidenti di enti e partecipate si sono trasferite da via Roma a via Firenze; e le tanto criticate segreterie di partito, che da vent’anni cooptano i parlamentari, sono quelle a cui Cip&Ciop hanno bussato invano per un posticino in lista lo scorso anno. Uno straordinario esempio di tafazzismo involontario. Ma neanche tanto poi: abituati come sono dalla stampa locale che si limita a ricevere e pubblicare, invece di mettere i puntini sulle i, le contraddizioni sono diventate la norma.

Da bravi provincialotti quali sono, poi, accusano la Corrado di provare invidia nei loro confronti: d’altra parte chi non vorrebbe avere le condanne di Enzo, l’autonomia politica di Ugo, la cadenza nordica di Flora, una giunta piena di mezze calzette, un ex Presidente della Provincia inquisito per reati di ‘ndrangheta e tutte quelle qualità e competenze che caratterizzano «la banda di via Firenze»?

Guai però a definirli una «banda» i galantuomini che detengono il potere in questa città. Alla Corrado, infatti, quest’insana imprudenza è costata una bella querela che, lo preannunciamo noi de Il Pitagorico, verrà archiviata. Nessun giudice degno di questo nome, infatti, potrebbe prendere sul serio una simile supercazzola: «diffamazione nei confronti delle persone e vilipendio (accipicchia, ndr) delle istituzioni nei confronti dell’Amministrazione comunale». Insomma, lesa maestà (e il Re non è Ugo).

Perché sì, loro possono definire «parassiti» chiunque li critichi e accusare la grillina Corrado di avere padrini politici (il bue che dà del cornuto all’asino), di essersi arricchita con la politica (chissà quanto guadagna Flora alla Regione e chissà, a questo punto, quanto restituisce), di non aver fatto niente per Crotone in un solo anno in Parlamento (quando loro in tre hanno reso questa città un cantone svizzero [per non parlare dei cinque anni di vacanza di Flora a Catanzaro]) e insinuare rapporti malsani tra lei e una «per fortuna decaduta famiglia nobiliare crotonese» (che siano benedetti i brogli del 1946), mentre nessuno può azzardarsi a chiamare «banda» una coalizione capeggiata da un tale che continua a fare politica nonostante le condanne e affida la cosa pubblica ai vari prestanome che trova sulla sua strada – alcuni dei quali finiti in manette o in inchieste di malaffare – poiché, fino a poco tempo fa, non poteva nemmeno candidarsi (ma di cosa stiamo parlando?).

L’apoteosi dell’ipocrisia, il festivàl dell’arroganza al potere, il bing – bang del provincialismo padronale spacciato per avanguardismo politico e amore per il territorio.

di Antonio Belluomo Anello
per Il Pitagorico

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