La contro «lobby» marrelliana

Si potrebbe anche ridere se non ci fosse un impellente e necessario bisogno di fare il punto della situazione nonché una riflessione riguardo agli attori sociali di questo territorio, storicamente schiavo dei potenti e dei latifondisti politici. Un territorio, quello crotonese, incapace di agire attraverso la ragione, intesa come processo di elaborazione, ma al contrario sempre pronto a buttarsi nella mischia, con gli occhi chiusi e senza la pretesa di capire i fatti per come realmente sono o, più banalmente, senza domandarsi come potrebbero essere rispetto a come vengono raccontati dalla stampa e dai diretti interessati. Questa città, sul piano sociale, vive un dramma per molti aspetti legato al complesso del provincialismo non accettato, che si manifesta nei sussulti indefiniti dei suoi abitanti, ovvero nell’avvertire la necessità di fare cose su input esterni che sfociano poi nel nulla più assoluto o in battaglie delle quali non si conosce niente: radici, ragioni, opposizioni né obiettivi. Una città, Crotone, che vive di facili entusiasmi e non si prende mai la responsabilità delle proprie azioni. E’ pronta a partire con chiunque, di accontentarsi delle briciole e di dimenticare tutto, presente e passato, per sopperire al bisogno fisiologico di sentirsi considerata. E dunque apprezza tutto e non disprezza niente o magari fa il contrario in base a cosa offre il piatto del giorno. E’ priva di un’identità che possa farle volgere lo sguardo al passato ed evitare di commettere gli stessi errori; di un orgoglio che possa frenarla prima che sia troppo tardi, così come è priva di una dignità che le impedisca di sottomettersi ai più forti e al riecheggiare della massa, al rimbombo della retorica. Cosa più importante, però, è l’assenza di un giornalismo attento e giusto, dirompente, libero, che si opponga allo storytelling consolidatosi a colpi di manganellate mediatiche, alla verità costruita da chi cerca la gloria o la ragione e indichi al cittadino – lettore un punto di vista diverso, autonomo, schiavo solo della ricerca della verità anche se amara, non gradevole, controproducente per il territorio. E’ questa l’assenza che pesa di più, o meglio è la presenza del contrario a rappresentare il vero grande macigno: il giornalismo prono, scadente, figlio del padrone, asservito, provinciale, autoreferenziale, da sagra della salsiccia, incapace di raccontare entrambe le facce della medaglia, di schierarsi e farlo con convinzione e onestà intellettuale. E’ un giornalismo che non esiste in realtà: è soltanto la proiezione del banale e del potente. Insomma, si propongono come giornali e tv ma nei fatti si confermano uffici stampa al soldo dei portatori di interessi politici ed economici. Nulla di più riprovevole. Ma tant’è.

E’ anche e soprattutto per questo che, quando Antonella Stasi, ex vice Presidente della Regione Calabria, nonché moglie di Massimo Marrelli, parla sui giornali di una «lobby politico – clientelare» che vorrebbe la chiusura del Marrelli Hospital, si potrebbe, anzi dovrebbe, ridere a crepapelle se non ci fosse l’impellente bisogno di cui sopra. Di fronte a una dichiarazione così forte, e, vedremo, molto comica, i giornali dovrebbero sbizzarrirsi nel cercare e portare ai cittadini i nomi che compongono questa (presunta) «lobby politico – clientelare» o, in assenza di questi, smentire l’architetto Stasi con i fatti. Perché se si arriva a parlare di lobby, dunque di gruppi di pressione, che vorrebbero la chiusura di una struttura privata, dovremmo vedere la contro «lobby», e cioè non chi preme affinché questa struttura possa aprire (lo è già) bensì ricevere più soldi di quanto la legge definisce. Perché è di questo che si parla: e cioè di un budget, secondo la dirigenza Marrelli, non adeguato ma che, come ha spiegato Angela Macrì su Il Pitagorico, è proporzionale ai termini di legge.

E vediamo, nel dettaglio, questa contro – «lobby» che da tempo immemore, ormai, ha monopolizzato tv, giornali, social, piazze, politica e consessi pubblici: Massimo Marrelli, di per sé, è una «lobby», ovverosia un portatore di interessi politici ed economici: il suo Gruppo Marrelli conta più di 14 aziende che vanno dal campo medico (CalabroDental, Dentalia, Marrelli Hospital ecc) a quello agricolo (Bufà, Marrelli Vini ecc) passando per quello editoriale (rivelatosi il più utile e utilizzato) con Esperia TV. Tutto, tranne che un moderno Davide contro Golia. Ma questo è niente. Come detto, la seconda moglie dell’imprenditore crotonese è Antonella Stasi, architetto che fino al 2010 non aveva mai fatto politica e che, viste le condanne rimediate dall’allora Presidente Giuseppe Scopelliti, si è ritrovata in mano tutto il carrozzone nel ruolo di Presidente facente funzioni. Il conflitto d’interessi, come denunciarono forze politiche nazionali e giornalisti, tra il suo ruolo e quello di moglie di Marrelli nonché ex amministratrice della grande holding di famiglia, era enorme. Basti pensare alle polemiche che investirono la Stasi e il marito in merito alla sanità e all’allora neonata Esperia TV, con tanto di interrogazioni parlamentari presentate da Pd e M5S. Senza dimenticare che la Stasi, oltre a non aver mai fatto politica prima del 2010, non venne eletta ma nominata da Peppe Scopelliti. In funzione di cosa, ad oggi, non è dato saperlo. Di certo, la cosa più curiosa la troviamo ancora una volta nelle parole di lady Marrelli quando parla di questa presunta lobby: il ruolo di Presidente facente funzioni lo esercitò in quota NCD, la stessa che sponsorizza il sub commissario Andrea Urbani (vittima di numerosi attacchi insieme a Scura) . Va bene che quello di Angelino Alfano più che un partito rappresenta il nulla cosmico, ma qui le contraddizioni fioccano a iosa.

Così come definire tale lobby di tipo politico – clientelare non è certo una scelta azzeccata se si tiene conto che, a sostenere le istanze dell’eterna battaglia, troviamo Enzo e Flora Sculco, per definizione promotori di «un sistema clientelare» (parola di Mimmo Mellace, ex capogruppo Pd, proprio negli studi di Esperia TV, 16 marzo 2016). In realtà, nella lettera aperta che madame Marrelli ha inviato alle testate regionali, nulla trova riscontro con la logica e la realtà. Perché se è vero, com’è vero, che una lobby si traduce in italiano con la locuzione “gruppo di pressione”, e cioè, si legge, un gruppo organizzato di persone che cerca di influenzare dall’esterno le istituzioni per favorire particolari interessi, quello creatosi intorno alla battaglia di Massimo Marrelli diventa, di conseguenza, l’altro gruppo, la contro «lobby» si potrebbe dire. A sostegno troviamo gli Sculco, il loro non – sindaco, Ugo Pugliese, l’oggetto misterioso della politica crotonese, tale Gianfranco Turino (da missimo a centrista orgoglioso), la chiesa crotonese, con l’endorsement di Monsignor Graziani, il Pd cittadino, con l’eterno secondo Crugliano Pantisano e l’ex sindaco Peppino Vallone, quello calabrese, con Mario Oliverio e nazionale con il deputato Nico Stumpo, i sindacati, confindustria e infine il popolo di Re Massimo. Ma tutto questo non sarebbe niente senza l’arma principale utilizzata in questa battaglia, il vero manganello che bastona la ragione per far spazio agli interessi privati: la stampa. Il direttore di rete, tale Salvatore Audia, ha drasticamente mutato il palinsesto di Esperia  TV – già di per sé nullo e scadente – per concentrarsi esclusivamente, a colpi di monologhi e interviste a chiunque abbia qualcosa da dire a favore di questo ospedale, su quanto bisogno ci sia del Marrelli a Crotone. Dunque niente dati e controragioni, ma solo propaganda sulla qualità dei macchinari e sulla spesa annua di 300 milioni di euro sostenuta dalla Regione Calabria per sopperire alla migrazione sanitaria. Come se i soldi fossero quelli del Monopoly. Un giornalismo padronale che si erge però a uno di tipo essenziale e veritiero, quando in realtà è di una mediocrità assoluta così come dimostra il prodotto finale di quello che dovrebbe essere il Tg di rete, e cioè Piazza Esperia (un contenitore tv che sprizza vecchiume e inerzia in ogni immagine e parola). A dare manforte a questo scempio televisivo, si sono aggiunti Video Calabria e RTI, rispettivamente Riga e De Pietro editore. Come se fossero all’interno di YouTube, si scambiano i canali, ovvero i mux, e trasmettono in contemporanea ad Esperia le dirette fiume dei monologhi di Audia – soporiferi, oltre che faziosi – o dell’occupazione del Consiglio Comunale da parte dei marrelliani. Per non parlare della stampa cartacea, troppo poco incline a spiegare per bene l’eterna querelle e più orientata a raccontare il dramma di Massimo Marelli. Ma del resto, qui, i giornalisti non esistono: fatte le dovute eccezioni, quello che si riscontra è un vetrinismo autoreferenziale preoccupante e a tratti ridicolo. Ma guai a farlo notare, qualcuno potrebbe irritarsi terribilmente.

Sculco a sostegno di Marrelli durante un sit - in alla prefettura
Sculco a sostegno di Marrelli durante un sit – in alla prefettura

Nel complesso, la situazione è tragica, drammatica, a sprazzi comica, ma molto seria: a sostegno di questa battaglia ci sono tutti, dal più mediocre dei consiglieri comunali di maggioranza al Mons. Graziani, da Enzo Sculco (pluricondannato, interdetto dai pubblici uffici) ai sindacati, passando per Emilio De Masi, fino alla stampa faziosa, per nulla plurale men che meno a servizio della verità. D’altra parte, questa, è la città dove tutti, dal venditore di frutta al sindaco, passando per giornalisti e arruffapopoli vari, hanno sostenuto che con la promozione del Crotone in Serie A la città avrebbe fatto il salto. Certo, un salto nel vuoto cosmico della rappresentanza politica, sindacale e sociale di cui questo territorio è vittima e da cui mai si libererà.

di Antonio Belluomo Anello
Il Pitagorico

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