E’ finita bene una storia sbagliata

Si è chiusa oggi una storia assurda, una di quelle che non dovrebbero proprio nascere e che invece, oltre a prendere vita, crescono pure e destabilizzano. Il protagonista, suo malgrado, è stato Agostino Pantano, apprezzato cronista calabrese. L’accusa: ricettazione di notizie. Un po’ come se le notizie fossero dei beni da piazzare sul mercato nero.

Pantano, nell’aprile 2010, da responsabile della redazione reggina di Calabria Ora, pubblicò sette articoli inerenti allo scioglimento per mafia del comune di Taurianova avvenuto nel 2009. Alcuni fatti inediti, riguardanti anche Rocco Biasi che fu sindaco nella giunta precedente allo scioglimento, Pantano li raccolse dalla “relazione della Commissione d’accesso”. Questo non piacque al Biasi che denunciò il giornalista per diffamazione, successivamente indagato appunto per “ricettazione di notizie”. Repubblica delle Banane.

Tutto partì dal Gip di Cosenza che archiviò la denuncia per diffamazione arrivata da Biasi ma trasmise gli atti al PM perché sospettava che Agostino Pantano avesse ricettato le notizie in questione poiché, seppur riconosciute sotto la dicitura del “diritto di cronaca”, provenivano da “documenti riservati” e cioè dalla “relazione della Commissione d’accesso”. Un po’ come dire “armiamoci e partite”: viene riconosciuto il diritto di cronaca, la libertà di stampa, però subentra la ricettazione in funzione alla fonte delle notizie stesse. Secondo questa logica la libertà di stampa e “il diritto di cronaca” sono riconosciuti a patto che la notizia sia libera: e allora non è più libertà e Pantano non sarebbe più un giornalista che ricerca le notizie ma un perdigiorno che le pubblica solo se le trova per strada. In barba a tutti i principi che regolano la professione e ai bavagli a cui ci si è opposti in questi anni.

Una storia sbagliata che, come detto, non avrebbe dovuto neppure vedere la luce. In una terra poi dove il giornalismo libero è ai minimi termini, questi episodi fanno davvero male alla categoria (alla parte sana) ma sopratutto ai cittadini che si informano (una rarità) e che confidano nella piena libertà di chi va a caccia di notizie. Il paradosso nel riconoscere il diritto/dovere giornalistico e allo stesso tempo la riservatezza di una notizia, e per questo gridare alla ricettazione, è qualcosa di spaventoso oltreché ridicolo. Per fortuna è arrivata la assoluzione piena, da parte del Tribunale di Palmi, perché il fatto non sussiste ma quello che rimane è un sapore di nulla assoluto, di qualcosa di inaccettabile: un po’ come se accusassero il cuoco di una trattoria casareccia di ricettare le ricette della nonna perché «ai fini di procurasi un profitto, ossia la realizzazione di piatti tipici costituenti la sua attività professionale, acquistava ovvero riceveva ricette sottoposte al segreto d’ufficio»: e si sa che le ricette della nonna non si svelano, altro che i documenti riservati della Commissione Antimafia.

di Antonio Belluomo Anello
Il Pitagorico

Un pensiero su “E’ finita bene una storia sbagliata

  1. Il reato di ricettazione di notizie giornalistiche è un’ ingegneria del pensiero di chi l’ha pensato, perché si può ricettare un bicicletta rubata, il ricavato di un crimine, ma questo reato presuppone il ricettatore, il venditore della refurtiva e la refurtiva quale oggetto di illecita provenienza. Mentre è tutto chiaro finché parliamo di ricettazione di refurtiva (bene, denaro sporco ecc), non c’è chiarezza se oggetto della refurtiva è una notizia di cronaca, di interesse pubblico, e il “ricettatore” è un giornalista, la cui professione è protetta giutidicamente sia dalla costituzione sia da leggi ordinarie. Dove sta l’arbitrio del Pm, che oggi tutto può, tutto dispone e nulla “paga” quando sbaglia? Sta nel non rispettare che è libertà del giornalista procurarsi una notizia e un eventuale reato potrebbe commetterlo chi gliela passa o vende, tanto è vero che la legge lo tutela nel diritto a non riferire la fonte (altro diritto talvolta calpestato da questo o quel Pm che tutto può è tutto dispone). Faccio un’analogia, scusandomi per l’improprio accostamento teorico giornalista e prostituta. Com’è noto, il reato di prostituzione non esiste, esiste il reato di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione, vale a dire, in parole povere, che la legge punisce non la prostituta (che vende il proprio corpo e danneggia se stessa), ma chi paga la prostituta. Analogamente ma con le debite proporzioni, la legge ordinaria e la costituzione tutelano il giornalista, non chi gli vende o passa la notizia, posto che conferisce al giornalisti stesso il diritto di riferire o tacere sulla sua fonte. Impostare un processo contro questi elementari criteri giuridici è diritto punitivo e poliziesco, non altro. Difatti, bene ha fatto la Corte, sapientemente, di assolvere chi ha svolto né più né meno il suo delicato e sacrosanto mestiere . Prof. Saverio Fortunato, Specialista in Criminologia Clinica

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