Flora l’«orgogliosa» e il gretto provincialismo dei crotonesi

Pensavo che la politica italiana più brutta, quella del berlusconismo e del post berlusconismo, non avesse altro da offrire o che, quantomeno, non potesse fare proseliti in piccole e dimenticate realtà come quella crotonese. Mi sbagliavo. Evidentemente, quando ci pensavo, non tenevo conto del provincialismo marcio e dell’esistenza della famiglia Sculco, dinastia formatasi nei sindacati e – ahinoi – infiltratasi col tempo nella politica che conta. Attenzione: stiamo parlando della politica crotonese e parte di quella calabrese; politica d’accatto, senza uomini di statura e di livello, che conta nulla ma pur sempre di politica si tratta.

Prima che lo facesse fuori la magistratura, era Enzo a dare direttamente le carte sul tavolo: nel 2006, ai tempi della Margherita di cui era leader, ha contribuito in maniera notevole alla vittoria bulgara del centrosinistra di Vallone. Prima era stato in Provincia in qualità di vice presidente (di recente è stato condannato per danno erariale al risarcimento di undicimila euro nei confronti della stessa Provincia che amministrava) poi in Regione come consigliere, dove decadde ancora per mano di quella straordinaria entità che molti odiano ma che per fortuna esiste e ci ricorda con chi abbiamo a che fare.

Le condanne l’hanno costretto a passare lo scettro ma non ad abbandonarlo (del resto come lo si abbandona un feudo del genere?): l’ha infatti ceduto alla figlia Flora, rampolla di casa, per molti la grande figura futura della politica calabrese e per moltissimi altri un semplice pupazzo teleguidato dal papà che, a conti fatti, mette i voti, il nome e cura la regia di tutto. Insomma, lui sta dietro le quinte – perché non può essere il protagonista a causa delle condanne – e la figlia fa il lavoro di facciata, che comunque frutta e fa bagaglio. Anche se per Flora, che tiene a ricordarci di essere orgogliosa di portare questo cognome (e ci mancherebbe Onorevole, anche io sono orgoglioso di portare i miei), il padre non starebbe dietro ma al fianco, di lei, e senza alcun problema. Ed ecco che qui – quando ho letto questa sua risposta a un mio pezzo che parlava dell’incompatibilità che c’è tra “Sculco” e la parola “Rinnovamento” – ho avuto un momento di titubanza. Di smarrimento. Che Flora fosse la maschera di Enzo è cosa nota a tutti e che qui, su Il Pitagorico, si dice da tempo, ma che a dirlo in pubblico sia direttamente la figlia dà all’ovvietà un sapor di novità e sgomento: in pratica Flora ha detto alla cittadinanza di Crotone che il padre è insieme a lei e che dunque è un pluricondannato a decidere le sorti e le alleanze della politica crotonese. Notizia che dovrebbe far saltare dalla sedia ogni persona dotata di un minimo di ragione e un pizzico di dignità, e invece niente: tutti lo sanno ma a nessuno importa nulla, nemmeno quando a dirlo è esplicitamente la figlia. E’ ormai chiaro (come se non fosse già noto anche agli osservatori nostrani che poi traducono le loro osservazioni in smielate da televisioni Bulgare) che in questa città più che il lavoro il vero problema è la mancanza di schiena diritta, dignità, capacità di ragionamento e memoria.

A nessuno importa nulla perché molti di questi sono poveretti, persone che non riescono a capire di che morte devono morire e allora si buttano a capofitto nel primo brodo che vedono, senza nemmeno considerare le loro idee, le loro parole, la loro indole. Ammesso che siano in grado di farlo. E mi sa proprio che è questo il problema: non conoscono niente che non vada oltre il proprio naso, pensano che qui si possa decidere il futuro di chissà che cosa e poi si accontentano di quattro miseri  applausi e quattro misere considerazioni da persone – di ogni schieramento – il cui obiettivo è chiaro come il cielo di maggio: assoldare chiunque, anche il capo degli scemi se necessario (e spesso sono meglio gli scemi che quelli con un minimo di intelletto poiché pericolosi per la tenuta di un eventuale giunta), e correre senza nemmeno aprire gli occhi o fare caso al colore del semaforo, verso le porte del comune con l’auspicio di insidiarsi e mantenere interessi storici e futuri.

Sia chiaro: è prassi da queste parti intendere così la politica, nessuno ne ha un vero sentimento e quei pochi che ce l’hanno non hanno gli strumenti adatti che invece posseggono in abbondanza coloro che la politica la intendono come un mezzo per fare i propri comodi e crearsi carriere un po’ più importanti. Il punto è che questi signori sono vittime del provincialismo, alcuni forse inconsapevolmente. Vittime di quel provincialismo che Ezra Pound, brillantemente, definiva come qualcosa di superiore all’ignoranza, come malevolenza latente o ancora come ignoranza dei costumi altrui e desiderio di controllare le loro azioni. Dal provincialismo, sempre secondo il poeta americano, è difficile liberarsene anche tenendo gli occhi aperti in quanto troppo insidioso.

E la nostra classe dirigente da chi è composta se non da provinciali (in)consapevoli che si atteggiano a uomini di statura o che, per l’appunto, vorrebbero esserlo? Il desiderio di controllare le azioni e gli interessi è questo quello che vorrebbero fare nelle loro aspettative più rosee che spesso si tramutano in agghiaccianti realtà: poter dominare una comunità di provinciali gretti in quanto provinciali a loro volta.

E la manovalanza non manca mai a chi ha bisogno di spianarsi la strada in tutti i modi. E la manovalanza a cui si affidano non può che essere, per natura, ancora più inferiore di loro, più ignorante, più bramosa, proprio in funzione del loro ruolo di piccoli soggetti che sognano di essere protagonisti di un futuro indefinito e di qualcosa che non c’è. Una manovalanza attivamente cattiva, come appunto diceva Pound a proposito dei provinciali, che prova ad emergere facendosi strumento di tutto e tutti.

Carne da macello che come unica arma ha la retorica ad hominem (tipica di chi non ha nulla da dire) e si fa scudo con argomentazioni che non toccano la natura del discorso, dell’accusa, bensì mirano alla persona con lo scopo di spostare l’attenzione da ciò che uno ha detto o scritto. Si tratta di personaggi che cambiano come il vento le loro passioni e i loro interessi, che passano dall’essere deejay a improbabili esperti di conti pubblici. Non tengono conto di chi abbracciano. Vogliono solo correre.

Ecco una grossa differenza: c’è a chi non importa nulla se Tizio abbia costruito la carriera e continui a mantenerla con pratiche clientelari  e a chi, invece, la sola parola fa enormemente schifo. Sono le stesse persone che si lamentano della politica e dei guai di Crotone, salvo poi appoggiare la stessa che è sul territorio da oltre mezzo secolo. Ma è normale che sia così: se ci si improvvisa a fare qualcosa ogni tot di anni, se si hanno pseudo idee senza basi, se si gioca a fare i battaglieri, se ci si immola per gli altri, non può che essere – nel migliore dei casi – questo il risultato.

In buona sostanza parliamo di un provincialismo che attanaglia la comunità crotonese come un leone fa con un cervo; provincialismo che non permette alla città di respirare autonomamente e di essere protagonista di se stessa perché le impedisce di capire la strada da seguire, di capire chi ha davanti e la mette all’eterna ricerca – come scrissi tempo fa – di eroi e copertine, santi e balie. Qui, in questa comunità di menticine e di false prime donne, la critica non è un concetto facile da introdurre per via di una molteplice serie di ragioni che vanno dalla scarsa capacità di capire e comprendere fatti e ragioni nonché dalla poca abitudine ad essere criticati a causa di un giornalismo ipocrita fino alla totale allergia che si ha davanti a chi prova a raccontare le cose per come stanno o, comunque, a mettere in discussione fatti o, ancora, cercare un altro punto di vista. E’ una pratica nota di cui per altro ho scritto abbondantemente ma che ancora trova terreno fertile nella terra di chi non ama fare i conti davanti allo specchio, preferendo mettere la polvere sotto al tappeto e correre indisturbato in campi apparentemente verdi; campi che sotto nascondo la spazzatura peggiore che prima o poi uscirà fuori perché la natura rigetta sempre i corpi estranei, in questo caso i falsi, gli ipocriti, gli usurpatori, gli strumentalizzatori, gli asini mascherati da cavalli.

di Antonio Belluomo Anello
Il Pitagorico

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