La Calabria è una latifondo marcio 

C’è chi ancora parla di democrazia in Calabria. Quanta ipocrisia, quanta codardia da parte di quella classe politica (e non solo politica) che non perde occasione per riempirsi la bocca con parole affini al concetto democratico. La verità è che in Calabria la democrazia non esiste, non c’è mai stata. I calabresi, il principio democratico, non l’hanno mai davvero conosciuto. Per alcuni, questo, è un fatto noto, per altri è sconosciuto e per moltissimi altri ancora è notissimo ma viene, volutamente e subdolamente, non considerato, minimizzato, negato. Quella che chiamiamo democrazia in Calabria non ha nulla a che vedere con quella che, ad esempio, c’è in Lombardia. La nostra è una farsa; è la copertina di un libro che una volta aperto è pieno di sole pagine bianche che col tempo hanno iniziato ad acquisire un grigiore lugubre, figlio di una politica volta al mantenimento e alla restrizione piuttosto che all’evoluzione e alla libertà. In Calabria, al contrario che in Lombardia, manca il senso partecipativo, mai potutosi sviluppare per via di una politica oscurantista che ha tirato su una società priva di emozioni, di stati d’animo, di dubbi, di volontà, di libertà.

La Calabria oltre ad essere la più grande periferia culturale è anche il più grande latifondo elettorale d’Italia, gestito alla stregua di come i latifondisti gestivano i loro terreni agricoli fino alla metà del ventesimo secolo: si preoccupavano solo della rendita tralasciando tutto il resto: bonifica del terreno, innovazioni tecnologiche, diritti dei braccianti, evoluzione agricola. E oggi nulla è cambiato in Calabria: coloro che detengono il potere politico nella terra degli Itali, si preoccupano solo di riscuotere il loro pacchetto voti, da usare poi in mille modi, lasciando i calabresi, simili ai vaccari dei tempi, al loro destino, e la Calabria, l’enorme latifondo da sfruttare, abbandonata a se stessa: quindi nessuna volontà di sviluppo e niente strumenti per poter migliorare e migliorarsi ma solo riscossione dei raccolti, oggi sostituti dai voti. 

La similitudine coi latifondi non è del tutto campata in aria. E a dirlo è la storia. I latifondi nacquero nell’Antica Roma e si affermarono nel Medioevo. Questa pratica, come detto, frenava lo sviluppo in quanto i territori e le società che li occupavano erano legati ai latifondisti, i quali non si preoccupano dell’evoluzione ma solo dello sfruttamento economico. Nel settentrione tutto ciò finì con l’avvento della civiltà comunale (1300 circa), mentre nel meridione si dovette aspettare addirittura il 1950 per una legge che regolamentasse i rapporti tra vaccaro e latifondista. E’ facile intuire come questo atteggiamento abbia impregnato il modus vivendi di intere comunità nonché il modus pensandi dei cittadini e degli amministratori. Non a caso, come detto, la democrazia in Lombardia esiste mentre in Calabria è solo la copertina di un libro di sole pagine bianche ormai tendenti al grigio, sempre più ostili a farsi scrivere anche perché nessuno ne manifesta voglia concreta e coraggio.

Nel frattempo il Leviatano Nero continua a crescere e ad acquistare poteri sempre più forti.

Ritornando ai giorni nostri è possibile individuare e rapportare molti elementi congruenti tra il latifondismo agricolo e quello politico che in Calabria ha la sede principale.

Succede che a Cosenza, a tre mesi dalle “Elezioni Amministrative”, il sindaco in carica fino a quel momento, Mario Occhiuto (centrodestra), viene fatto fuori e sfiduciato dalla minoranza e da parte della maggioranza. Il tutto in una bella e democratica stanza di un notaio cosentino. Il Partito Democratico fa dimettere i suoi consiglieri in accordo con la famiglia Morrone, quota Forza Italia, e Tonino Gentile (Ncd), neo Sottosegretario all’Economia del Governo di Matteo Renzi (nomina politica, non certo di merito). I motivi, ovviamente, non sono riconducibili a questioni di carattere amministrativo bensì di tipo politico e d’interesse elettorale. Tonino Gentile, leader calabrese di quello sputo percentuale di partito che è il Nuovo Centro Destra, ha deciso di sfiduciare Occhiuto e di approdare nella coalizione di centrosinistra che, con molta probabilità, candiderà a sindaco un altro re del trasformismo politico nostrano, Giacomo Mancini Junior (nipote del più celebre e apprezzato socialista omonimo), che da sinistra è passato a destra nel periodo migliore del berlusconismo per poi lasciarlo, automaticamente, nel periodo più duro, quello odierno del disfacimento totale e ripassare a sinistra.

In poche parole Tonino Gentile, in combutta con la parte più potente del Partito Democratico calabrese (Guccione, Oliverio, Adamo), ha deciso che Occhiuto andava fatto fuori prima della scadenza naturale del suo mandato. Perché a Cosenza comanda lui. Quello è il suo feudo e nessuno può impedirgli di gestirlo in altro modo.

I più attenti diranno che è la stessa cosa successa a Roma con Ignazio Marino, sfiduciato anche lui in uno studio notarile. C’è però un particolare fondamentale: se anche la vicenda Marino – Renzi è scandalosa, figlia di giochi di potere, a differenziarla da quella Occhiuto – Gentile sono i ruoli dei protagonisti; Marino doveva rispondere, vuoi o non vuoi, piaccia o non piaccia, a Matteo Renzi, segretario del partito a cui faceva riferimento; Occhiuto invece, libero da ogni vincolo partitico, ha dovuto rispondere a Tonino Gentile, cui “unico” requisito è essere padrone di un latifondo enorme che gestisce a suo piacimento e col benestare di tutti. In sintesi: Marino non rientrava più nelle grazie di Renzi e Occhiuto in quelle di Gentile. E’ questo il fatto grave che in molti hanno minimizzato, non considerato. Il Partito Democratico nazionale non ha proferito parola, quando invece, anche in virtù del suo nome, avrebbe quantomeno dovuto prendere le distanze. Ma non c’è da stupirsi più di tanto: la Calabria non risponde più al Governo bensì a Tonino Gentile a cui, su gentile concessione di Matteo Renzi che lo considera «un galantuomo», è stata di fatto consegnata totalmente con la nomina (l’ennesima) all’interno del Governo. Non a caso, la sfiducia ad Occhiuto, è arrivata a meno di una settimana dopo il rimpasto dell’Esecutivo.

Se quello nazionale ha taciuto, quello calabrese non solo ha parlato ma ha anche deliziato il pubblico dei social. Per gli esponenti dem calabresi (uno su tutti Carlo Guccione: un uomo che possiede un altro feudo succulento e che insieme a Gentile rappresenta la politica più brutta e squallida nonché la zavorra vera della Calabria) è stato un atto dovuto in quanto Occhiuto stava malamminstrando. La realtà, ovviamente, li smentisce e li ridicolizza agli occhi di chi riesce a fare due più due: oltre a risultare il sindaco più popolare della Calabria, Occhiuto nei suoi 5 anni di governo ha portato a termine molte opere e ha ridato a Cosenza un profilo cittadino che aveva ormai perso da tempo e ceduto alla vicina Rende. Ma non solo: se questa fosse stata una sfiducia per malamministrazione sarebbe dovuta arrivare molto prima e a non a tre mesi dalle elezioni così da non permettere al sindaco in carica di poter inaugurare le ultime opere e farsi la tipica pubblicità che fanno tutti i sindaci che vogliono essere riconfermati. E poi sarebbe dovuta arrivare libera da accordi elettorali già presi e prima della nomina di peso all’interno del Governo. Tutto questo basterebbe per fermare sul nascere ogni tentativo di giustificazione. Ma il centrosinistra calabrese ci regala da sempre perle di straordinario teatro.

Sui social poi, lo spettacolo offerto dal segretario Ernesto Magorno, ha superato persino il trash delle domeniche televisive in compagnia di Giucas Casella. Un video parodia che circolava sul web nei giorni successivi alla sfiducia ad Occhiuto è stato eliminato su richiesta di Magorno in quanto considerato «pericoloso» dallo stesso segretario. Il peggio non ha mai fine da queste parti, terra lontana da ogni logica più basilare di Paese Italia e occupata da una politica così bassa e squallida che commentarla recherebbe problemi di autostima persino a Barack Obama. Per fortuna che qualcuno si immola.

Ironia a parte, in Calabria è necessario far prendere coscienza. Chi tende a considerare quanto avvenuto a Cosenza un fatto poco rilevante, da catalogare come semplice querelle di partito, non fa che alimentare questo gup e allontanare le possibilità che questo possa accadere. Credo che in molti, anche chi con passione si occupa di sviluppo economico, ignorino un fatto molto importante: e cioè che per poter parlare di sviluppo in Calabria è necessario avere, ancor prima dell’impegno dello Stato, una politica autonoma; quando la politica, come ci ribadisce la recente storiella cosentina, è sotto il giogo di cinque o sei teste e non è quindi libera di muoversi, lo sviluppo non può che rimanere utopia, un buon proposito ma niente di realizzabile concretamente. Anche perché prima che uno sviluppo economico, in Calabria c’è bisogno di uno culturale o quantomeno di un percorso che li veda camminare alla stessa velocità. I soldi, quando manca l’alfabetizzazione completa (quella che va oltre il basic si intende), servono a poco se non ad alimentare i centri di potere che godono di questa delittuosa posizione di stallo.

Allo stato attuale la Calabria è un enorme latifondo soggetto ai suoi padroni che ne determinano il suo futuro, le sue scelte, il suo pensiero. Per questo quanto avvenuto a Cosenza dovrebbe far riflettere e indignare molti, al di là della persona di Mario Occhiuto (che non è di certo una vittima). Perché alla fine dei conti, quando non c’è direttamente la ‘ndrangheta, ci sarà sempre qualcuno che arriverà e dirà: «democrazia è quello che decido io». Se prima vendevano la democrazia come un favore (il voto per un documento), oggi non si pongono nemmeno più il problema: agiscono direttamente con il benestare e il tacito consenso di tutti.

di Antonio Belluomo Anello
Il Pitagorico

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