Tv e politica: il dibattito alla stregua di una caccia al tesoro

Abbiamo un serio problema in Italia, che impedisce il pragmatismo riformista e interventista nonché ostacola i cittadini a prendere coscienza: il dibattito. Troppo acceso per troppo poco tempo e su troppe cose contemporaneamente: si passa, con estrema semplicità, dalle morti in discoteca all’emergenza cinghiali; dai rom che rubano alle temperature da record. A mancare non è solo la stabilità economica ma anche, e soprattutto, quella mentale. Il dibattito italiano è alla stregua di una caccia al tesoro: tutti vogliono conquistarlo (il consenso) e per farlo non danno peso ai comportamenti adoperati e da adoperare. L’importante è arrivare in cima. Anche se spesso, in molti, si accontentano di arrivare a metà della gradinata. Come ad esempio Salvini: un suo possibile ingresso a Palazzo Chigi è assai improbabile, nonostante ciò lui gioca la partita in maniera iperaggressiva, dando l’impressione di credere a ciò che dice e all’eventualità di poter davvero governare questo Paese. Lui è il prototipo perfetto del partecipante al dibattito (alla caccia al tesoro) a cui non importa dei modi né dei contenuti: è capace di sparare a zero su morti, omosessuali e altre cento categorie e allo stesso tempo ha la straordinaria capacità di idolatrare cagnolini eroi, benzinai giustizieri e trovare un nemico per ogni occasione. Nemico che, quasi sempre, è incarnato dallo Stato e dal Governo nonché dalle maggioranze in generale: chiunque sia a capo di qualcosa, per Salvini, non è buono. Deve dimettersi e dare spazio a un valido gruppo di leghisti, pronto a fare con il popolo e per il popolo.

Il punto è che Salvini, nella sua corsa vera o presunta che sia verso la maggioranza del Paese, non si rende conto che sbaglia nemici (o quantomeno il modo e i motivi per cui li attacca) e che offre al Paese un dibattito povero di significati e privo di utilità vere. Non solo lui, intendiamoci: lui è solo il capo clan di questa banda della politichetta new age a cui la stampa porge i microfoni: difatti è il mouds operandi della televisione che permette a questi individui di giocare col dibattito pubblico.

Prendete ad esempio Myrta Merlino che ogni mattina intrattiene, con servizi in stile Striscia la Notizia, i telespettatori su La7. Ecco, lei è la classica giornalista che spinge, diciamo (forse) indirettamente e inconsciamente, la politica a parlare del niente e ad alimentare polemichette superflue. Nel suo salotto si gioca a fare gli intellettuali, si parla degli argomenti caldi e meno caldi con una retorica disarmante e il tutto in un ambiente da amiconi: sì, perché Myrta chiama quasi tutti i suoi ospiti per nome e lo fa mentre sorseggia acqua da una tazza che fa molto CNN. In poche parole, il giornalismo della Merlino non si pone come interlocutore ma come contenitore. Per capirci: i politici vanno lì e sanno che troveranno spazi infiniti per dare sfogo ai soliti deliri e di poterlo fare sugli argomenti più vari (addirittura sul meteo) tra le risatine e le battutine «da persone intelligenti» dell’amica Myrta che si eleva a giornalista di scuola (ha lavorato con Minoli effettivamente), a presenza importante, a principessa del dibattito, a padrona di una casa che guarda in faccia il Paese. In realtà, quella della Merlino, è una presenza francamente inutile in quanto non pone domande né modera: sfila ricoperta dai tessuti della sua ostentata intelligenza, del suo ostentato saper fare e del suo ostentato meridionalismo – spesso usato per dare tocchi di tv di sostanza – che «conosce bene». Questo modo di fare giornalismo, di fare aggregazione, uccide il dibattito e lo rende funzionale all’atteggiamento retorico e insapore della politica. Anche la Merlino, spesso, si lamenta di come «in Italia le cose non si affrontano per come si dovrebbero»: e non può che essere così se il giornalismo, anziché creare dibattito, forza critica e punti di riferimento, si limita a fare da nota stampa e a impersonare sceneggiatori di fiction politica (tanto cara ai salotti mattutini), dando seguito a notizie inutili, intime e tipiche di guarda il dibattito con gli occhi della Merlino e di quella categoria che, purtroppo, spopola in televisione.

Anche la satira è stata risucchiata da questo vortice incredibilmente delittuoso. Maurizio Crozza viene idolatrato dai salottini alla Merlino. Per intenderci sono quei salottini che ridono alle battute di Crozza anche quando, queste, non fanno ridere e lo considerano il vero editorialista italiano (quasi come quello della gggente), dandogli etichette improprie e inserendo le sue considerazioni (del venerdì e delle copertine da Floris) all’interno del calderone che si crea in studio. Dunque la satira non viene più considerata come qualcosa di estraneo ma come qualcosa di spassionatamente divertente, attraverso cui far ridere anche gli stessi politici che ne sono protagonisti. Una catastrofe.

Non riesco ad immaginare, infatti, la Merlino ridere di (pseudo) gusto, insieme ai suoi amici giornalisti e politici, della satira di Luttazzi per esempio. Non me lo immagino perché la Merlino non ne avrebbe il coraggio. E non solo perché a Luttazzi non fanno fare più televisione, no: il motivo va ritrovato nel modo in cui, la Merlino e quelli come lei, interpretano il giornalismo televisivo, e cioè come una vetrina leggera, che non deve fare le pulci, che è corretta, che non necessariamente deve portare alla riflessione e che ride di cose frivole che spaccia però come forti attacchi all’establishment. Un’altra catastrofe.

Intendiamoci: Crozza è simpatico ma fa una satira molto blanda, molto popolare, poco cattiva. Fa la satira che piace ai salottini frivoli e che non fa arrabbiare i direttori di rete. Il problema in tutto ciò non è Crozza ma l’uso improprio che ne fanno il dibattito e i suoi attori. Floris, nel suo lunghissimo diMartedì, lo erge a premonitore di scenari politici e, a fine di ogni puntata, rimanda in onda la “copertina” precedente dicendo che «come al solito Crozza aveva capito tutto». E io sempre lì a chiedermi: ma capire tutto di cosa se ha parlato dell’attualità della settimana precedente? Un dubbio che credo mi porterò sempre con me. Poi, oltre ai Floris e alle Merlino, la politica lo usa come smorzatore di toni: Salvini ride divertito e lo cita come «satira intelligente rispetto a quella fatta da altri» e il resto del parterre trova sempre parole docili per Maurizio. E questo sono convinto dia parecchio fastidio anche a Crozza. Ma non è finita qui sul fronte del decadimento del dibattito. Chi ha fatto caso, ad esempio, all’improvviso proliferare dei presentatori di programmi generalisti (Lorena Bianchetti, Costantino della Gherardesca, Caterina Balivo ecc) nei salotti dei vari Floris, Giannini Formigli ecc? Questo è un elemento ulteriormente importante che dovrebbe fare riflettere non solo – come fanno erroneamente molti – sullo stato dei Talk ma soprattutto sulla salute del dibattito e sulla considerazione che ormai si ha di questo. Perché non è normale chiamare la Bianchetti o la Balivo a parlare di banche in tv. E non solo per una questione pregiudizievole o di opportunità ma per un’effettiva incapacità: riposte colme di banalità del tipo «le banche sono per gli italiani un posto sicuro» credo siano sufficienti per andare oltre e chiudere serranda. E il motivo di tutto ciò è presto detto: visto il decadimento dei talk, i presentatori provano in tutti i modi a prendere pubblico ove possibile e portarlo da sé. Una guerra tra mendicanti di share che si ergono a portatori sani di riflessioni quando in realtà, i loro salotti, sono spesso saturi di retorica.

Un’altra prova di come il giornalismo televisivo sia ormai influenzato dalla demagogia e dai pressapochismi, ce lo offre Gianluigi Paragone che, al netto del serio pericolo che l’Europa sta correndo per la possibile sospensione di Schengen, con la sua “Gabbia” ci propina l’ennesimo servizio sugli sprechi di Bruxelles  e su quanto sia cattiva l’UE. Al contrario, oggi più che mai, al pubblico servirebbe capire a cosa serva davvero l’Europa, come essa si muove e quanto sia importante per l’Italia esserci dentro, nonché raccontare, davvero, la vitalità del trattato di Schengen. Purtroppo lo share e i populismi vincono sull’onestà intellettuale di molti.

Lasciando la satira e il giornalismo popolare e trasferendoci sui modi del dibattito intesi dalla politica, quello che salta all’occhio è, come accennavo, la corsa sfrenata a dire la propria su tutto ma proprio tutto per poi dimenticarsene il giorno dopo e ripartire su un altro tema. Un gioco, una classifica, una gara. A questo si è ridotto il dibattito che non riesce nemmeno più a distinguere e selezionare i commentatori: se si è politico si può parlare indistintamente di tutto: dalle banche all’Is, passando per il meteo, il calcio, la crisi monetaria e una lunga lista di argomenti cult sui quali tutti danno il loro parere e propongono le loro soluzioni. In tutto ciò l’immobilismo interventistico dei governi sui temi vitali aumenta perché il dibattito politico è dispersivo e non riesce ad incidere.

Riprendiamo Salvini e i suoi attacchi quotidiani allo Stato. Per molti fa bene. Per molti altri no e a mio avviso nemmeno. Se lo Stato viene attaccato in quanto tale e per tutta quella serie di motivi utili all’eterna campagna elettorale in cui viviamo, oltre a dimostrarsi un atteggiamento vile e infantile si trasforma, per l’appunto, in dibattito inutile e dannoso. Al contrario, se lo Stato viene attaccato, o meglio stimolato, a fini di intervento allora il discorso cambia. Si sente parlare poco di Stato assente al sud (se ne parla poco e con intervalli infinitamente superiori rispetto a quelli delle emergenze settimanali: cinghiali, caldo, pasticche ecc) e molto di Stato ladro e delittuoso. E’ chiaro che fare un dibattito politico di questa portata è troppo semplice, stimolante per l’opposizione e utile solo ai programmi televisivi. Ed è questo il punto di fondo della politica new age: è interamente orientata agli umori della televisione, e il dibattito che dovrebbe proporre non è libero di guardare oltre alle buche di Roma o ai costi di Expo. E non si può dire «questo è il mercato, bellezza» perché la politica deve educare e deve fare. Se il meridione è dimenticato è perché lo Stato – che è sì un vigliacco perché permette ne permette l’esistenza di un altro parallelo – non è stimolato dal dibattito politico che punta invece sulla raccolta dei voti e breve termine e non è in grado di immaginare il Paese e di metterlo davvero in corsa. Su questo la stampa – soprattutto quella televisiva in virtù del suo potere maggiore – dovrebbe interrogarsi e di conseguenza cambiare metodi di azione. Altrimenti il dibattito diventa uguale agli scontri che ci sono quotidianamente a Forum su Rete Quattro. Non sono più accettabili le solite domande da premio dell’ovvio 2000etutto e non si può più assistere, inermi, a una classe politica persa nelle solite argomentazioni da nota Ansa e da birretta con gli amici dopo il lavoro.

di Antonio Belluomo Anello
Il Pitagorico | Sezione “Italia

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