Platì non è in Italia e non conosce la normalità: lo Stato ne congeli la democrazia

Si sente dire spesso che la democrazia a Platì non esiste più a causa dei numerosi scioglimenti per infiltrazioni mafiose e conseguenti commissariamenti: tre in 12 anni. Sarà anche vero, ma non provino a convincere l’opinione pubblica che a riportarla – nel paesino reggino, base del narcotraffico ‘ndranghetistico – saranno le ‘Elezioni Amministrative’. La democrazia a Platì manca e mancherà sempre; che saranno sindaci eletti o commissari nominati ad amministrarla. Il punto non sono le elezioni – per altro si parla di una frazione di poco meno di 4.000 abitanti – ma il contesto. A Platì c’è la ‘ndrangheta vera; ci sono i bunker degli ‘ndranghetisti e da lì passa gran parte del narcotraffico delle ‘ndrine calabresi. A Platì però manca l’acqua; mancano le strade; manca la cultura civica; manca la lingua italiana; manca la legge; mancano le prospettive; mancano i campetti per i bambini dal futuro già segnato; manca lo Stato. A Platì i sindaci che non si allineano muoiono ammazzati sotto i  colpi della ‘ndrangheta. E non è fiction, non è una visione romanzata.

Platì rappresenta l’esplicazione perfetta del concetto di periferia culturale in Calabria e nel mezzogiorno. Un luogo dove lo Stato non ha né valore né un senso; dove i suoi figli girano a 11 anni sui motorini senza casco nelle strade inesistenti di un paese che non c’è; dove la politica è collusa o è morta; dove i suoi abitanti non conoscono il resto del mondo, la luce della bellezza, il senso della vita. A Platì chi non è ‘ndranghetista è omertoso, sottomesso alle logiche proprie delle periferie culturali, dunque a quelle della subcultura ‘ndranghetista. Lì la democrazia non è stata espropriata dai commissariamenti, no: lì la democrazia non l’hanno mai conosciuta realmente, così come in molte zone della Calabria dove il voto è impegnato, veicolato dai colletti bianchi collusi con la ‘ndrangheta, dagli ‘ndranghetisti stessi e dai politici lottizzati. Platì vive di stenti, di logiche assurde e impensabili (specie per chi non le guarda da vicino) rispetto al concetto di Paese Italia. E non solo Platì e non solo la Calabria: questo è un discorso estendibile a gran parte del sud Italia; quel sud d’Italia che di Italia ha davvero poco se non i profumi e la lingua, quest’ultima spesso ignota in realtà come quella platiese, per l’appunto. 

E allora, davvero si è convinti che a Platì manchi la democrazia per via dei ripetuti commissariamenti e che le «elezioni democratiche», tanto invocate da più parti, restituiranno il maltolto a Platì e ai platiesi? Credo di no. Anche perché la ‘ndrangheta a Platì è sempre quella e se in 12 anni ci sono stati tre scioglimenti un motivo ci sarà. E allora che fare? La realtà è che spesso si abusa del termine «democrazia» e si preferisce non guardare in faccia la realtà pur di non rischiare di perdere “occasioni d’oro”. La democrazia, a Platì, va sospesa. «La democrazia è un principio che non può essere destabilizzato» – diranno in molti – ma se dietro c’è uno Stato democratico e di diritto non c’è paura alcuna, anzi: lo stesso Stato, presa coscienza della realtà platiese, dovrebbe insediarsi – se questo c’è ed è coraggioso – e bonificare l’area, senza se e senza ma, dall’inquinamento della ‘ndrangheta e intervenire direttamente riportando, prima ancora del (a questo punto) retorico concetto democratico, la normalità e dunque l’acqua, le strade, un minimo di occupazione generazionale e principi basilari come la raccolta differenziata e il senso dello Stato nonché quello di appartenenza ad una Nazione. Fatto questo, direttamente dallo Stato, in un’idea più ampia di interventi mirati, allora si potrà incominciare a parlare di democrazia. Perché, prima ancora che di un principio democratico, c’è bisogno che venga rispettata e introdotta la normalità, da queste parti assente come la questione meridionale nell’agenda del Governo. Anche perché le opzioni sono due: o la democrazia viene congelata dallo Stato o presa in ostaggio dalla ‘ndrangheta. Non si sfugge dalla realtà.

E’ troppo semplice dire che devono essere i sindaci a letti a governare Platì sapendo comunque che il rischio di contaminazione è altissimo, così come le probabilità di scioglimento delle giunte. Non ha senso un ragionamento del genere, non ha senso dare la possibilità di votare a una comunità che votare non sa perché priva degli strumenti necessari, questi in mano – sostanzialmente – alla ‘ndrangheta. E’ una presa in giro, è un palliativo, è l’ennesimo rimando dell’ennesimo Governo incapace di prendere di petto simili situazioni. E allora facciamo votare i platiesi. Facciamo insediare il sindaco. Facciamo che l’Interno poi lo sciolga. Tanto è la dignità di una regione, degli uomini che hanno pagato con la vita a essere calpestata. Che sarà mai.

A proposito di Governo: per Platì Matteo Renzi ha pensato ad Anna Rita Leonardi, reggina di nascita e residenza, ma che a Platì è riuscita a farsi volere bene al punto da dirsi «convintissima di vincere». Dal palco dell’ultima Leopolda il segretariopremier l’ha elevata a paladina dell’antimafia e spinta a non mollare la corsa a primo cittadino. Lei, attivissima sui social – non perde occasione per mostrare la sua amicizia col Premier -, viene accusata dai suoi detrattori di voler fare il grande salto nella politica che conta sfruttando la lotta alla ‘ndrangheta e appunto la corsa al comune di Platì. Nel suo programma ci sono cinque punti fondamentali e nessuno di questi parla di ‘ndrangheta. A Platì il Pd non ha trovato i soldi per l’affitto e la sede è stata chiusa. Capita che chi va a Platì e non chiede il permesso non può intervistare e fare domande. E nonostante ciò, ancora, tutti, parlano di democrazia e di principio democratico dimenticando che Platì e l’Italia sono due cose distinte e separate.

di Antonio Belluomo Anello
Il Pitagorico 

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