L’eterna inconsistenza politica dei rappresentanti calabresi

Undici settembre 2015, la Camera dei Deputati avrebbe dovuto discutere della “… perdurante situazione di grave crisi del mezzogiorno”.

I presenti erano solo undici, mentre venti deputati Calabresi hanno evidentemente dedotto che la discussione non era degna di rilevanza: in fondo, non è loro interesse il fatto che la Calabria e il cosiddetto mezzogiorno in generale (che da questo momento in poi chiamerò “Napoli”, dal nome nostra antica Capitale e da cui si è delineata la nostra secolare identità nazionale, elemento nodale per le sorti della nostra storia e del nostro futuro) continuino a perire sotto i colpi assestati del colonialismo Italiano e dal suo egoismo patriottico, che sacrifica la nostra società al suo altare pur mantenerci come principale mercato di sbocco (a discapito della nostra economia, in perpetua agonia da due secoli e soffocata dall’imprenditoria del così detto “nord”), che priva Napoli della possibilità di avere una degna rete infrastrutturale, che ci disconosce la facoltà di essere padroni delle nostre risorse (umane, territoriali, politiche ed economiche), riconoscendo la nostra utilità come grande bacino di voti da modellare a sua discrezione attuando politiche clientelari o come cassaforte da cui attingere liquidità, scippando finanziamenti assegnati alle nostre regioni altrove, metodi con cui si suole consacrare la politica colonialista Italiana volta a mantenere le nostre regioni volutamente in sottosviluppo. Vi sono stati esempi pratici, forse chi ha la memoria lunga certamente lo ricorderà.

Quel giorno, non vi era necessità di esprimersi – cito alcuni argomenti in ordine sparso – sull’isolamento ferroviario riguardante in particolar modo la fascia ionica della Calabria e sulla mancanza dei relativi mezzi di trasporto efficienti, della disoccupazione giovanile al 59,7%, delle problematiche ambientali di Crotone ancora irrisolte e con la beffa della bonifica dell’ex area industriale e dei rapporti tra la multinazionale ENI e l’amministrazione comunale, di malasanità, dell’impossibilità di spendere i fondi europei destinati alla Calabria, a causa della negligenza della precedente amministrazione regionale (inattuabilità probabilmente dettata anche da direttive ben precise); oppure delle infrastrutture stradali Calabresi e, con ogni probabilità, la SS 106 rappresenta l’emblema dell’annientamento infrastrutturale della regione, i cui fondi per il suo ammodernamento furono prima stanziati dal governo Italiano e poi dirottati altrove per promuovere la crescita occupazionale.

Come rappresentati della Calabria, non si sono assunti la responsabilità di parlare delle problematiche citate (tra questi, assenti anche tre deputati del partito a 5 stelle); ma allo stato attuale è inutile (più di quanto non lo fosse in passato) disquisire, nelle aule del parlamento Italiano, delle condizioni critiche a cui la Calabria e l’intera Napoli sono relegate. Il problema reale non si deve porre più nel momento in cui si disertano sedute di tale importanza. il problema effettivo è, piuttosto, l’incapacità di prendere una posizione ferrea, che entri nel merito della questione analizzandone le sue sfaccettature; e non è più accettabile spiegare i problemi della Calabria e del territorio Napolitano esclusivamente attraverso le malefatte degli ascari e della mala politica degli eletti. L’analisi non deve concepire la melensa retorica meridionalista, poiché asserire di essere mantenuti in uno stato di sottosviluppo programmato dallo Stato Italiano ma al contempo contemplare l’idea di non potere fare a meno di fare farne parte è insensato e deleterio, giacché si tratta di una velata accettazione, spacciata per soluzione alternativa, del sistema politico Italiano. E’ vero che i parlamentari Calabresi (e non) ignorino – volutamente, e alcuni di loro ingenuamente – le reali ragioni che hanno indotto al sottosviluppo il territorio Napolitano, ma parlare del così detto mezzogiorno all’interno delle istituzioni politiche Italiane non creerà un punto d’incontro valido considerando che la volontà politica non è stata avvertita dall’Italia nel corso della sua storia, poiché vi è da sempre l’intenzione di farne mancare i presupposti e renderli palpabili.

I parlamentari Calabresi, in quanto Napolitani, dovrebbero comprendere che associarsi ai partiti Italiani, o fondarne di nuovi all’interno di questo sistema politico allo scopo di farsi interpreti del rinnovamento della classe dirigente e per conferire risalto mediatico e politico al problema “sud”, non produrrà risultati se la mediazione passerà attraverso le istituzioni Italiane e per mezzo delle tesi meridionaliste o neoborboniche. L’associazionismo di cui oggi Napoli necessita deve avere basi diverse rispetto al diritto di associarsi ad un partito Italiano, e non deve essere solo il panorama politico Calabrese a comprendere che il rinnovamento della classe dirigente così detta “meridionale” deve passare attraverso una presa di coscienza collettiva, realmente nazionale, fortemente indipendentista e fondare un movimento sulle basi espresse. Non si necessita più di proclami vuoti, ma di un reale programma di sviluppo che non deve essere scritto da Roma, ma deve nascere dall’intesa tra le migliori figure politiche di Napoli e da nuove personalità della politica, e le nuove leve politiche della Calabria si dovranno ritagliare uno spazio in un tale contesto anziché delegare.

Checché se ne dica, la Calabria – così come le regioni interessate – non potrà vivere solo attraverso la leggenda metropolitana del turismo: lo sviluppo deve proporsi come obiettivo imprescindibile il rinnovamento della classe dirigente ma dovrà necessariamente dotarsi di un apparato produttivo, anche industriale, capace di offrire sostentamento necessario alla richiesta di beni e servizi di varia natura, che sia d’utilità alla modernizzazione infrastrutturale del territorio, nonché investire (e promuovere investimenti provenienti dall’estero) per dare impulso all’occupazione nei più disparati settori dell’economia. Si tratterà di una sfida ambiziosa, senza dubbio difficile, lontana dal guardare una regione come la Calabria come una terra destinata alla desertificazione, che vede emigrare ogni anno centinaia di persone (giovani e meno giovani) in cerca di lavoro a causa del dissacrante silenzio delle istituzioni Calabresi rispetto alle problematiche generate da questo Stato. Tra queste rientra anche la piaga della criminalità organizzata, la quale non potrà mai essere estirpata definitivamente, se non con l’istituzione di un nuovo stato, che possa attuare misure volte a ridimensionare il fenomeno in quanto gravoso per la nostra società: e ciò non esclude, ovviamente, che per farlo sia necessario comprenderlo appieno, utilizzare gli strumenti critici idonei per affrontarlo con concretezza senza dare adito all’antimafia fatta di parole.

Fondare un movimento lontano da basi ideologiche Italiane – e, non di meno, dalle sue istituzioni – significa questo, cioè credere nella possibilità di costituire una classe dirigente nuova, attraverso un nuovo spirito associazionista, fatto di collaborazione reciproca tra nuove forze politiche, che comprendano le complessità della società Napolitana e, col senno di poi, rescindere i rapporti con l’Italia per dare una prima impronta al nostro futuro. Ripetere come un mantra l’articolo 5 della Costituzione o agitare lo spauracchio del leghismo non cambierà un dato di fatto, ossia la nostra rappresentanza politica inconsistente che prolunga la nostra situazione di colonia Italiana, con cui fino ad oggi si è preferito familiarizzare a testa bassa; e, a proposito dello spauracchio leghista, una tale obiezione rivolta all’indipendentismo ha poco e nulla a che vedere con il bisogno di avere un proprio Stato nazionale, in quanto il leghismo altro non è che un entità politica che è stata capace di inventarsi una nazione che non esiste, come del resto è accaduto con l’Italia stessa, in quanto al suo interno “ospita” una varietà di espressioni nazionali differenti (Veneto, Sardegna, Napoli e Sicilia ne sono, di fatto, un esempio storico concreto). Lo spettro del leghismo va al di là delle prese di posizione indecorose espresse sin dai suoi inizi, e l’indipendentismo Napolitano non dovrà essere un movimento dove l’esclusione sociale e deliri razzisti, nonché lo starnazzo di slogan di dubbia qualità politica, possano trovare terreno fertile: il leghismo è riassumibile in questi tre elementi. Il movimento indipendentista per una nazione Napolitana libera e indipendente non si dovrà specchiare in questi valori, ma puntare verso la valorizzazione dei suoi beni culturali, della sua storia, delle sue peculiarità linguistiche e folkloristiche, e promuoverle attraverso l’istruzione; e il lavoro, la ricerca, e la realizzazione dei singoli individui, dovranno essere al centro degli interessi dello stato Napolitano. L’indipendentismo è questo: l’indipendentismo non è “Padania”, né tantomeno l’ostentazione del desiderio di isolarsi dal resto del mondo o, peggio ancora, dare risposte ai problemi tirando a lucido le ruspe poste nei magazzini dei cantieri.

La rappresentanza politica di cui dovrà dotarsi Napoli è tutt’altra (che, in parte, ho cercato di esprimere), e se un progetto indipendentista partirà dalla Calabria, la regione forse più mortificata di tutto il territorio Napolitano, sarà motivo di orgoglio e di fiducia, un motivo che possa dare alla nostra gente la speranza di sottoporci ad una luce nuova e discorde da quella attuale. Perché c’è una nazione che necessità di uno stato e l’indipendentismo si presenta come unica opportunità di rinascita.

di Michele Corrado per “Libere Opinioni

Ringrazio Michele Corrado per il suo contribuito e mi scuso, vivamente, per il ritardo col quale questo è stato pubblicato.

Antonio Belluomo Anello
Il Pitagorico

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