La Gabbia di Paragone e la speculazione sulla Calabria

Fuori piove, non è tempo per stare in giro. Decido dunque di rimanere a casa: birretta e tv. La scelta è tra “Squadra Antimafia” e “La Gabbia”, talk politico. La fiction italiana, per usare un eufemismo, non mi fa impazzire. Mi sintonizzo quindi su La7. Per chi non lo conoscesse, “La Gabbia” è un programma televisivo iper – populista, dove i problemi e i fatti di cronaca del Paese vengono enfatizzati, pompati, portati al limite del ridicolo e a volte dell’incredibile. Come quasi in tutti gli altri programmi del genere, anche da Paragone gli argomenti sono i soliti: immigrazione, casta e l’immancabile ‘clan’ dei Casamonica; trend topic, insieme ai cinghiali e alle pasticche al Cocoricò, dell’estate italiana 2015.

Dopo la solita filosofata di dubbia attendibilità di un tale Fusaro, il solito attacco del leghista di turno e la solita difesa della Kyenge sul tema immigrazione, l’attenzione si sposta sul funerale «in stile padrino» di Vittorio Casamonica, con l’immancabile e improbabile servizio a mo’ di reportage di guerra, con tanto di musichette ansiose, riprese mosse e parolacce.

L’inviata di Paragone entra nel ‘covo dei Casamonica’ (un quartiere periferico della Capitale) per fare le solite domande sciocche – tipiche del giornalismo 2.0 – e tentare un contatto con la famiglia (il fenomeno medicato di turno) che ovviamente non ci sta e reagisce male con insulti e qualche spintone. Mentre la “giornalista” prova a fare qualche domanda (tipo: «la politica vi ha mai chiesto voti?», roba da Pulitzer a mani basse per capirci) l’ambiente si riscalda, le immagini iniziano a diventare ancora più mosse, la musica diventa sempre più alta e all’improvviso sembriamo teletrasportati in una sorta di Sicilia anni ’50 (più o meno) in cui la giornalista eroica tenta di fare il suo lavoro ma la spietata mafia glielo impedisce. E qui avviane il fattaccio, la speculazione di quel programmino che assomiglia più ad un bar di periferia dove chi grida di più e dice più stronzate ha gioco facile: tra immagini di (normali) piscine e rubinetti d’oro – a voler evidenziare forzatamente lo sfarzo e la ricchezza di questi Casamonica – mentre il servizio sta quasi per concludersi, viene inquadrata la via in cui questo triste teatrino si sta verificando: Via “Roccabernarda – Comune della Calabria”. Come dire: «Ecco dove abita lo spietato clan dei Casamonica: in una via intitolata ad un comune calabrese dove c’è la ‘ndrangheta». Il cartello marmoreo viene inquadrato con una maliziosità tale da voler indirettamente collegare la Calabria alla criminalità e viceversa, facendo leva sui pregiudizi. Anche perché l’inquadratura della via, di per sé, non ha alcun senso; lo acquisisce – secondo i loro canoni – nel momento in cui, ascoltando il servizio, i Casamonica vengono descritti, e dunque appaiano a chi guarda, come dei mafiosi spietati che non vogliono le telecamere in casa loro; casa che si trova appunto in “Via Roccabernarda – Comune della Calabria” che va per forza inquadrata con tanto di zoom su “Comune della Calabria”.

Ora, al di là del fatto che i Casamonica sono tutto tranne che mafiosi o ‘ndranghetisti – non fanno parte della criminalità organizzata ma più banalmente della delinquenza – dunque lontani dalle logiche della ‘ndrangheta calabrese, della mafia siciliana o della camorra campana, qui il fatto è serio e assai grave: questo pseudo programma di informazione e inchiesta giornalistica ha volutamente e subdolamente infangato il nome di un comune, quello di Roccabernarda, e di un popolo intero, quello calabrese, col solo fine di dare al servizio più credibilità ed enfasi possibile e far passare, agli occhi del pubblico, la famiglia dei Casamonica come un vero e proprio clan mafioso. Ora, senza portare avanti il problema di un giornalismo televisivo ridicolo (qualcosina a riguardo l’ho detta qui), mi limito a porre qualche domandina: quanto povero deve essere questo popolino per avere bisogno di questa patetica pseudo – inchiesta? E ancora: come volete che il meridione emerga se vengono ancora utilizzati questi mezzucci per patetici fini mediatici? Come è possibile che una redazione giornalistica faccia in questo modo – la trasmissione vive di questi mezzucci in generale – il proprio “lavoro” e che nessuno, come l’ordine dei giornalisti ad esempio, abbia qualcosa da dire?

Fossi Vincenzo Pugliese, il sindaco del paesino di Roccabernarda (KR), presenterei già domattina una querela al programma e alla rete – di per sé incolpevole – proprio per marcare questo comportamento meschino, troppo spesso adottato dalla stampa per fini patetici e non più accettabili. Nessun vittimismo, questa è una realtà triste e vera. Nessuna rivendicazione neoborbonica ma solo tanta amarezza e tanto odio verso questo giornalismo che infanga e affama, culturalmente, il popolino che intercetta e il meridione, troppo spesso sfruttato perché tanto merda per merda non può che uscirne merda pensa erroneamente e vigliaccamente qualcuno che invece di guardare alla ‘ndrangheta e alla camorra, si erge a paladino del bene facendo lo sbruffone il gradasso con tesi – spesso ridicole – contro i poteri occulti che manovrerebbero l’Europa e il mondo, dimenticando quelli – veri e tangibili – che ha in casa. In effetti sporcarsi le scarpe per fare inchieste sul potere ‘ndranghetistico è roba per gente seria, e non per ridicoli demagoghi a cui piace la rissa televisiva e offrire al suo pubblico il nulla più assoluto.

E ovviamente per smascherare la stanza dei bottoni del mondo e dell’Europa, l’Italia non poteva che ritrovarsi un rocker fallito, secessionista pentito.

di Antonio Belluomo Anello
Il Pitagorico

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