A una città senza coraggio serve un giornalismo dirompente

Abbiamo bisogno della balia. Di un Messia che ci indichi la via. Perché noi non siamo in grado di camminare da soli, di attraversare una strada senza un adulto che ci tenga la mano. Pensiamo sia troppo difficile, o da stupidi, se non vediamo che, pur non necessariamente insieme a noi, ma almeno dall’altra parte della carreggiata, ci sia qualcun’altro nelle nostre medesime condizioni. A quel punto siamo tutti pronti a correre, senza nemmeno fare attenzione alle macchine o se ci sia il verde, il giallo, il rosso. Ci buttiamo alla cieca, senza ragionare, senza pensare: come i primitivi toccavano il fuoco per conoscerne l’effetto, noi sfidiamo la sorte perché così ci sembra giusto. E non lo facciamo perché lo sentiamo, piuttosto perché lo sente qualcun’altro e dunque, se lo fanno gli altri, lo facciamo anche noi. Poi, se è Giletti a dirlo, figuriamoci: tutto acquista di veridicità, di attendibilità e addirittura di senso. Perché se è Pedace del Crotonese ad informarci sulle commissioni, non conta; sarà anche vero ma non ne vale la pena. Mica si chiama Massimo e ha 4,5 milioni di spettatori (lettori). Poi vuoi mettere un teatrino, con tanto di tronista (Meo) e sfidante (Spanò), con un articolo in bianco e nero? Ma non scherziamo. 

Questa strana sensazione di rivoluzione, questo sussulto indefinito di partecipazione, che si avvertono, sono il risultato di mancanza di opinione pubblica. Ci fosse stata, credetemi, questa città sarebbe decisamente più virtuosa. E lo sarebbe anche con una classe politica peggiore di quella che oggi ci amministra. Lo spirito critico che riesce ad avere, l’analisi più profonda che questa città riesce a fare, si fermano al mangia mangia, al “son tutti ladri”. Non si va oltre. Non si fanno osservazioni con dati alla mano – e per dati non si intendono necessariamente numeri – ma più banalmente con sentimenti di pancia. I soliti, tristi, deleteri, sentimenti di pancia che hanno portato la città a questo stato di inettitudine, di colonizzazione da parte della malapoltica, di inosservanze delle regole, del buon senso e della coerenza. E’ un problema del sud, quello di non avere interesse per la cosa pubblica, di non considerare la polis, l’interesse generale, e quindi anche il proprio. Perché non si può parlare nemmeno di egoismo, come spesso fanno gli altri osservatori, quelli che si sentono diversi, più intelligenti dei soliti, e disprezzano, su facebook e al bar, le chiacchiere ordinarie che sentono in giro e spesso parlano al popolo crotonese togliendosene fuori, come se loro facessero parte della fantomatica Crotone bene.

Quella che purtroppo esce fuori è una questione concettuale, di cultura, che costringe la città a rimanere in attesa, perennemente intenta a sperare che Dio la salvi o addirittura che qualcuno cambi le cose per lei. Più della metà dei partecipanti alla piazza, virtuale e reale, allestita contro Vallone, è la stessa che non ha la benché minima idea di cosa sia la politica più elementare, e che per il resto dell’anno, non solo non la considerano, con il loro atteggiamento passivo, ma addirittura la sminuiscono, la scherniscono. E quando si parla di politica, in questo caso, non si fa riferimento agli enti locali ma all’essenza della politica che comprende il confronto, lo scambio di idee, la messa in gioco di prospettive, l’avanzare critiche. Qui  siamo oltre: non aspettiamo solo Godot, ma addirittura qualcuno che ci svegli, ci lavi e ci conduca verso la salvezza. Siamo passivi in ogni cosa che facciamo: quando discutiamo e quando ci opponiamo. Siamo sempre sotto una nuvoletta di amarezza, rassegnazione, che non permette noi di muoverci e di comprendere ciò che ci circonda, in maniera da poter fare o dire la nostra, senza cadere nella retorica, nel banale, nell’insulto, nel populismo. Qui, oltre a quei quattro o più di quattro che ostentano intelligenza, senza però mai metterla al servizio della comunità, o comunque senza mai dimostrarla fuori dall’ambito radical chic con la recensione dell’ultimo film o libro in vetta alle classifiche, ci troviamo di fronte ad un paradosso tutto crotonese: quello di fare della propria ignoranza un vanto e una scusa. Gli stessi che poi su facebook  si improvvisano commentatori, lanciandosi in pippotti chilometrici sgrammaticati, privi di ogni senso se non quello della ambiguità più disarmante e impensabile.

Come già detto precedentemente in un altro post, qui non si legge un giornale che sia uno, ma tutt’al più si guarda la tv quando il teatrino è assicurato, o comunque sulla scia di un evento (come quello di gettonopoli). Ma è davvero quello delle commissioni il problema di Crotone? Siamo davvero così, senza personalità, dignità, capacità di analisi, da doverci sentire indignati solo perché questa sottospecie di scandalo ha avuto eco nazionale? Patiamo questo sentimento di abbandono a tal punto? E ci arrabbiamo così tanto per 350.000  euro, guardandoli come i soldi della salvezza, della rinascita? Quello che ci sottomette, che ci consegna il primato di città non città, che dovrebbe porci col fiato sul collo delle istituzioni, è altro che poco c’entra con una quisquilia di sola importanza mediatica come questa. Magari fossero le commissioni il nostro problema. Seppur rimane un fatto da condannare, sia chiaro. Il punto è che il grado della nostra indignazione non è in rapporto all’entità del problema, piuttosto all’ambito in cui questo viene trattato. Cioè, teniamo i panni sporchi in casa, senza lavarli, ed è tutto ok. Non appena un forestiero mette il naso tra i fatti nostri, avvertiamo uno strano sentimento che ci porta a fare considerazioni, a condurre azioni che mai prima avremmo fatto e compiuto. Un sentimento colmo di ipocrisia e scarsa considerazione del contesto.

Se in Calabria, ma più specificamente a Crotone, non abbiamo un’opinione pubblica definibile tale, è anche colpa della classe giornalistica che in questi anni, tantissimi anni, ha preferito sottomettersi a voleri, o ancor peggio assecondare la base, per motivi di carattere economico. Non ha mai provato a fare opinione, o comunque non ci ha mai provato in larga scala, limitandosi a fare la solita melliflua cronaca da sagra della castagna (acquisendo comunque un certo tono di superiorità intellettuale che in realtà non esiste). E ancora oggi, con l’avvento del digitale, e dunque con l’opportunità finalmente di creare più dibattito, più opinione, ci si limita a fare un giornalismo estetico (di facciata) che non guarda minimamente ai contenuti. Un salotto tv dovrebbe andare oltre il racconto, oltre la notizia. Per quello ci sono i telegiornali. Un salotto tv dovrebbe cogliere l’anima degli spettatori, in questo caso dei calabresi, il loro senso critico, stimolare il dibattito serio, non quello del siete tutti “manciun”. E lo dovrebbe fare attraverso un’analisi diversa, più incisiva, che non assecondi ma sposti il punto di vista, metta la città, la regione, faccia a faccia con la realtà e non col sentimento popolare. Un’analisi di conto oltreché di racconto, e soprattutto non spicciola o gossippara, come alcuni anchorman, presunti tali, tendono a condurre. Così facendo saremo sempre nella stessa, medesima, situazione di stallo, arretratezza. Saremo sempre affamati di considerazione e ad ogni colpo di tosse ci illuderemo o impauriremo. Continueremo a guardare sempre e solo il dito e non quella luna, bella, grande e luminosa, che se considerata aiuterebbe molti a rendersi conto che c’è un mondo fuori dalla retorica, dal disinteressamento e dal sentimento di odio che questa città ha sul domani. Un odio non ragionato ma solo urlato. E in tutta questa miseria i giornalisti di professione ci sguazzano e si creano profili senza però produrre nulla di davvero utili né coraggioso. Più che giornalisti, a Crotone (e non solo), abbiamo i vetrinisti.

di Antonio Belluomo Anello
Il Pitagorico

2 pensieri su “A una città senza coraggio serve un giornalismo dirompente

  1. Ben detto e preferisco leggere ” Il Quotidiano di Calabria” piuttosto che il giornaletto locale ormai asservito ai signorotti ansiosi di servire quei poteri forti che usano i cittadini per soddisfare i loro, personalissimi appetiti economici, deviando fondi pubblici verso bilanci molto privati. Le chiedo, perche’ Vallone in Rai e non chi ha
    amministrato la Regione Calabria prima di Mario Oliverio? Eppure ci sarebbero state da dire tante cose… Quale la cabina di regia? Chi intende favorire il sig. Pedace? Non mi risponda… Lo so gia’…

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